Da Perugino un po’ mi infastidisce la piega che ha preso la (peraltro legittima) strumentalizzazione mediatica intorno al delitto Kercher, avvenuto a pochi passi dal centro della città e in una zona decisamente poco frequentata dai perugini (nei pressi della facoltà per stranieri, appunto).

Ma, in generale devo convenire che a Perugia, di perugini, ne girano pochi in ogni posto: ed è, questo, un compromesso che - con il nostro modo di fare - abbiamo accettato parecchi anni fa, quando l’esodo di massa di stranieri di ogni parte del globo, ha invaso la città e di fatto ci ha espropriato della nostra identità. Anche perchè questo si è aggiunto al già consolidato afflusso di studenti fuori sede, attratti dal prestigio e dall’importanza universitaria della città.

Oramai, incontrare un compaesano D.O.C. sull’autobus che ti porta al lavoro la mattina e ti riconsegna alle mura domestiche la sera, è una possibilità davvero remota. L’integrazione, se così si può chiamare, è avvenuta un po’ a modo nostro, con tolleranza - direi - ma anche un pizzico di insofferenza: alla perugina, ecco.

Quello su cui però non posso trovarmi daccordo, è la caratterizzazione negativa che si vuole dare a questa città, dipingendola come luogo di perdizione, città dei festini a luci rosse, dei locali autorizzati allo spaccio, delle viuzze del centro insicure, delle case dove aleggia il terrore: li, dove il vicino di casa è pronto, con il coltellaccio ancora grondante di unto di costarella di maiale, ad infierire sulla vittima senza una ragione plausibile.

Sarà che da qualche tempo mi sono allontanato dal centro, e forse è anche vero che passeggiare la sera lungo Corso Garibaldi possa non essere considerabile esattamente igienico, ma non credo che questa città abbia nulla da invidiare ad altre realtà italiane: in una recente indagine di Altroconsumo (giugno 2007, risultati qui) emerge che - quanto a sicurezza e qualità della vita - Perugia non è certo ai livelli di Trento e Bolzano (che sia necessario costituirsi anche noi Provincia Autonoma?) , ma al tempo stesso c’è evidentemente chi sta peggio di noi, e non poco.

Alla fine parliamo dell’omicidio di una studentessa inglese (in Erasmus), nella cui indagine sono coinvolti una americana, un pugliese e un ivoriano: a fare da scenario a questo dramma poteva essere benissimo Bologna o Roma. Non cito due città a caso: chi non ricorda Marta Russo, uccisa dal gesto di uno squilibrato che le ha sparato un colpo di pistola, proprio dentro all’Università romana, o Riccardo Venier, ucciso anche lui da 8 colpi di pistola per non aver corrisposto l’amore morboso di un suo docente nella facoltà di Matematica dell’Università bolognese?

Sono omicidi, in Italia ne avvengono quotidianamente (quasi 600 nel 2005, per fare un esempio), in tutte le città, e muoiono persone di qualunque sesso, età, nazionalità e colore, ad opera di cittadini italiani e non, in città perfettamente tranquille e in luoghi depressi e problematici. Perugia è un caso, che su 600 fa molto poco.