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Potere alla parola

Riflettevo che, nei panni dei genitori di Nicola, probabilmente non avrei gradito certe prese di posizione.

Vedi, da genitore non puoi accettare la morte di tuo figlio per una sigaretta. No, non puoi. In generale non sei in grado di giustificare la fine della sua vita in nessun caso, ma è chiaro che il motivo futile ti rende ancora più incazzato, ti carica di odio, ti fa sentire impotente di fronte ad eventi che non hanno un senso a prescindere. E, fortunatamente, non lo dico per esperienza, ma lo penso da padre.

Il valore della vita.

Se qualcuno provasse a dar più valore ad una bandiera che alla vita di mio figlio, avrei un bell’impeto di rabbia: per usare un’espressione volutamente pacata.

E non c’è ideologia che regga, di fronte ad una considerazione del genere. Basta sedersi e riflettere: in fondo non c’è bisogno nemmeno di essere genitore, basta considerare la vita per quello che è: il bene più prezioso di cui disponiamo, del quale non possiamo privare nessuno, e del quale nessuno può privarci.

Questa era una buona occasione, anzi ottima, per dimostrare che la parola può vincere sopra ogni violenza. Stigmatizzare l’accaduto, fermandosi lì, senza stilare graduatorie e fare inutili quanto pericolosi confronti tra episodi che in comune hanno solo la demenza di chi li pone in essere, salvo poi avere conclusioni drammaticamente differenti.

Peccato si sia persa.