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Sollevato da un peso

Sono sempre stato un detrattore della palestra, io.

Forse per l’invidia dei compagni di Università che la frequentavano sfoggiando pettorali da urlo, forse perché è una cosa che richiede costanza (e chi mi conosce bene sa che io e la costanza non andiamo d’accordo), forse perché – se non ricordo male – trattasi di attività non esattamente economica, e nella mia genovesità umbra, certe cose hanno il loro peso.

Però me lo sono immaginato un sacco di volte, di entrarci.

Già l’abbigliamento mi genera inquietudine, ma ammettiamo che sia disposto ad investire i due precedenti stipendi in un coordinato canotta-maglietta-pantaloncino-mutanda-calzettone-scarpetta come si deve, tanto per non fare la figura del genovese di cui sopra (e non me ne vogliano i liguri, non son cose che dico io…).

A posto, a vestiario stiamo benone. Allora entro.

Mi sento un pirla già all’ingresso: alla ricezione c’è la strafiga del paesello, che mi fa una radiografia seduta stante, ed il referto è impietoso… del tipo “per come ti vedo messo dovrai lasciarmi un mucchio di soldi…” (come se finora fosse stato tutto aggratise).

E sia, facendo buon viso a cattivo gioco sottoscrivo un contratto che mi obbligherà a 8 anni di sedute serali, totale 18.000€, già ivato. Per fortuna.

È il momento di entrare in sala, pubblico in fermento.

Ma cosa vuoi fermentare? Disposti a file di sei con il resto di due, quarantaquattro omoni gonfi come Big Jim stanno arrovellandosi contro macchinari di elevato contenuto tecnologico, tutti intenti a lucidarsi bicipiti da spavento e disegnarsi tartarughe al bassoventre.

Io li, coi rotoloni Regina di lardo affusolato, fierissimo trofeo delle precedenti diciotto scorpacciate di fagioli, carne rossa e spaghettate ajo-ojo-peperoncino. Celati, devo dire ad arte, dalla costosissima canotta nera firmata Puma: ma è chiaro che non puoi trattenere il fiato a vita.

Allora mi produco in un’impresa titanica: affrontare la panca. Ho visto persone estrarre pistole e togliersi la vita, per non essere costretti ad affrontare la sfida della panca. Anche solo mettercisi sopra, e capire il verso, in certi casi richiede agilità, tenacia, forza e una laurea di scienze della comunicazione.

Omone: Ragazzo, hai difficoltà con il peso?
Clock: A farmi schiacciare? No, grazie, non si scomodi, faccio da solo.
Omone: Ma no, intendevo a farlo alzare…
Clock: Ohibò, bell’imbusto, come si permette?

Abbiamo stili differenti. Loro li a riempirsi di ormoni, e io qui a cercare di scaricarli… naaa, onestamente non fa per me. Dimostrato. Chiuso.