Post: Esame

Potevano esserlo. Memorie, intendo, di un esaminato deceduto. Per la troppa sofferenza, ovviamente. Avete presente quando vi viene estratto un dente senza aver preventivamente praticato una anestesia locale? Troppo poco. E se vi aggiustassero una scapola fuoriuscita dalla sede quando siete ancora abbastanza svegli da percepire il tipico rumore del legamento che ritorna a posto? No, ancora non ci siamo.

Il fatto è che certi esami andrebbero proibiti per legge: come si può autorizzare una pratica che, nel tentativo di diagnosticare una patologia non mortale, possa potenzialmente indurre il paziente alla morte?

Caro lettore maschio, insomma, il giorno che ti verrà richiesto di fare un tampone endouretrale, cerca di trovare un modo per evitarlo. Te lo garantisco, mi ringrazierai per questi preziosi suggerimenti.

Il concetto alla base della sofferenza è piuttosto semplice: da quel nostro aggeggio, da che mondo è mondo, io ho visto solo uscire roba, perlopiù per motivi fisiologici, ma anche in seguito ad intenso piacere. Nulla che avrebbe mai potuto far minimamente sospettare che, invece, l’uomo aveva studiato il modo per infilarci qualcosa: anche roba di poco, insomma, lo spazio è quel che è.

Diciamo che il primo dubbio si materializza quando l’esaminante (donna, baffuta, sempre, piaciuta) ti apostrofa con parole dolci: “Se lo massaggi…“. Lo sgomento si impossessa di te: “non dovrò mica fare dei vergognosi onanismi qui, davanti a lei…” mormori tra te e te… ma l’esaminante, professionista di esperienza pluridecennale, ha già capito dove vuoi arrivare ed aggiunge, con il sogghigno tipico del piece-of-shit: “…ma non così energicamente…“. Oh, bene, devo semplicemente dargli una sfrugugliata, sicchè.

Insomma, dopo un po’ che sei li - appunto - a sfrugugliarti il pacco regalo, la vedi (l’esaminante) che si gira verso di te con in mano un contenitore del tutto innocuo, con dentro un paio di cotton-fioc la cui misura ti sembra spropositata anche per la cavità del tuo orecchio.

Esaminante: Ora si stenda e respiri con una certa profondità, ma non acceleri troppo, soprattutto non contragga i muscoli del corpo, non chiuda gli occhi, non serri i denti, inspiri con il naso ed espiri con la bocca, cerchi di stare fermo, non faccia scatti repentini, durerà solo quale istante (diciamo tre istanti, n.d.r.).
Clockwise: Se può ripetermelo, per cortesia, mi son distratto alla faccenda dei denti…
Esaminante: Preghi. Solo qualche istante.
Clockwise: Mi può suggerire qualche preghiera?
Esaminante: Atto di dolore.
Clockwise: … capisco.

Il resto è inenarrabile. C’è di buono che alla seconda operazione, solitamente, svieni. E ti risvegli circondato da numerosi camici bianchi che tentanto di rianimarti nei modi più curiosi: chi a schiaffi, chi a colpetti sulla spalla, chi impiccandoti per le gambe, chi - semplicemente - dicendoti all’orecchio “guarda che ricominciamo, eh…“. Maledetti. Perlomeno hanno finito.

Il decorso, poi, è quello che è: non potrai pisciare tranquillamente per qualche giorno, ti troverai a camminare a gambe divaricate come accade - tipicamente - ai carcerati dopo la prima doccia, avrai strani sogni con protagonista una esaminante (donna, baffuta, sempre, piaciuta), e ti troverai a respirare affannosamente anche appena sveglio. Un buon quadro, inutile dirlo.

Il mio consiglio è uno solo: senza indagare troppo se la malattia di cui dovreste essere affetti è presente o meno nel vostro organismo (diciamo così)… fatevi curare lo stesso. Fidatevi.

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