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Scioperi e nanerottoli: un difficile scenario del ’900

Nella scuola materna dove accompagno mio figlio tutti i santi giorni, l’altra mattina m’hanno dato un foglietto. Educatamente, devo dire, anche con una certa ricercatezza di particolari, tipo il sorriso di cortesia e la penna a corredo, che sono chiaro presagio o di una raccolta firme per l’ultima comunità di recupero per tossicodipendenti, o di una sonora inculata. Nel mio caso si trattava della seconda ipotesi.

Leggo con un certo interesse il contenuto della comunicazione, e lo avrei fatto senz’altro meglio se la cordiale bidella non mi avesse anticipato, gridandomi nell’orecchio, ogni singola sillaba dello scritto: so leggere, grazie, ma niente.

Così, per intercessione della perdita di capacità uditiva dal padiglione auricolare destro, vengo a conoscenza del fatto che una simpatica quanto inopportuna agitazione sindacale, indetta per venerdì, metterà in discussione “il regolare svolgimento delle lezioni“. Ora, mio figlio ha tre anni e mezzo, e quando alla sera torno a casa e lo interrogo circa le “lezioni” del mattino, non è che sta li a snocciolarmi quant’è stata piacevole l’ora di Filosofia o quant’è bella l’insegnante di Chimica (anche se temo – nemmeno tanto – che questo un giorno accadrà davvero), perciò chiamarle “lezioni” mi sembra quantomeno pretestuoso. Capisco, d’altronde, che non potevano scrivere “venerdì lasceremo i vostri pargoli in balia degli eventi“, sebbene questo è ciò che probabilmente accade tutti i giorni.

Non è vero, voglio spezzare una lancia in favore degli insegnanti di oggi: non esistono più quelli di una volta, è vero, del resto son tutti morti di vecchiaia, ma devo dire che svolgono con solerzia e applicazione il loro duro mestiere. Anche dalla tomba, certo. Del resto non è semplice combattere con 50 nani da giardino addestrati a produrre il massimo volume di frastuono possibile, però qualche volta potrebbero anche rinunciare a farsi le unghie durante l’ora di disegno, insomma.

C’è però un fatto indiscutibile: e cioè che se faccio sciopero io, vile metalmeccanico di una modesta azienda del panorama umbro, la cosa interessa al capo ed al mio conto in banca che – dal giorno successivo – dovrà fare a meno del mio stipendio; avete idea, invece, del numero di genitori incazzati generati da questa iniziativa? Perché molti, se non tutti, mentre gli insegnanti lavorano, beh, lavorano: e lo sciopero, a quanto mi risulta, non è annoverato tra le patologie che si trasmettono per via aerea, perciò quel giorno li un mucchio di genitori si ritroveranno con un problema di un metro per quindici chili da gestire in qualche modo.

Tipo sbolognarlo ai nonni, per chi ha la fortuna di averli ancora; tipo ai bisnonni, per chi ha la fortuna di averli ancora e possibilmente fuori da un ospizio; tipo alla baby-sitter, che costa più della tua giornata lavorativa, invitandoti così a propendere per fruire di un giorno di ferie per stare con la baby-sitter; tipo a casa dell’amichetto, dalla quale tuo figlio uscirà con un fornito bagaglio culturale di volgarità acquisite grazie alla proverbiale oscenità di Nonno Fiorucci che – del resto come dargli torto – è rimasto contrariato dalla presenza di una scolaresca di micro-teppisti che disturbavano il suo riposino quotidiano.

Credo si debba fare qualcosa per questa Italia che converge nella latrina; ad esempio, smettere di buttare soldi nelle stronzate iniziative quantomeno discutibili ed investirli nella scuola, perché certe categorie non possono fermarsi per fatti loro. D’altronde, anche loro hanno diritto di incazzarsi, come le formiche nel loro piccolo, perciò è preferibile prevenire piuttosto che curare. Morale: non mi sembrava proprio il caso di andare a risparmiare sulla scuola.

Assimilerei alla scuola anche i trasporti pubblici, che restare a piedi il venerdì mattina è altrettanto fastidioso. Senza dimenticare i venditori al dettaglio di coadiuvanti erotici, altresì denominati sexy-shop, che a trovarsi sprovvisti di vaselina in certe occasioni è un vero guaio.