Il profumo del nulla
| 22 aprile 2009 | 9 commenti » | psicologicamente
Insomma, esiste quest’uomo sulla cinquantina, di un brizzolato educato, dai modi urbani, che avrà potuto fare Ottavio di nome, o al massimo Saverio, che entra in minimetro con tre valige di pelle nera praticamente perfette, intonse, di quelle a forma di parallelepipedo regolare, di un cubico quasi fastidioso, pulite, con le rotelline e la maniglia, che una valigia che si rispetti ha sempre le rotelline e la maniglia.
E quest’uomo, che ormai già chiamo amichevolmente Vinicio, parla al telefono con l’auricolare. Un auricolare bello composto e preciso, con il cordoncino privo di qualsiasi ansa, che un auricolare a filo che si rispetti è sempre più o meno attorcigliato, invece il suo è lineare in modo quasi fastidioso, come se lo avesse tenuto in tensione per mesi, per fare cosa poi. E parla altrettanto composto, educato, pacato, dando indicazioni a chissà chi in merito alla localizzazione di un certo posto in cui andranno messe “quelle cose”, con una dovizia di particolari altrettanto fastidiosa, che a descrivere un luogo grossomodo son capaci tutti, ma descriverne la topologia fino alle proprietà altimetriche è da pochi.
Dunque ti aspetti che un tipo così se ne vada in giro con un buon profumo di lavanda o di acqua di colonia, che passandoti accanto noteresti che schiuma da barba impiega per radersi, o almeno il dopobarba che usa, ma comunque qualcosa te lo aspetti. Invece niente, il profumo del nulla, come se avesse sterilizzato i suoi indumenti e la sua pelle al punto da privarla di qualsiasi fragranza. E la cosa ti insospettisce, perché da uomo che guarda i film d’orrore ti aspetti che sotto a questo gesto si nasconda qualcosa.
Perché Vinicio avrebbe dovuto rimuovere dalle sue vesti e dalla sua epidermide ogni traccia che l’olfatto potesse riscontrare? Cosa nascondono quelle valige così capienti e imperscrutabili, rigide e oscure? No, perché in quelle valige, Vinicio, potrebbe tranquillamente occultare un corpo, una salma, qualcosa che una volta aveva un nome e un cognome, o un marchio da azienda avicola, riponendolo in appositi contenitori adatti alla conservazione, ordinatamente, con tanto di inventario: valigia due, scomparto sette, terza confezione dall’alto, rossa, frazione di Gregorio Zarri.
Perciò, Vinicio, ora io mi chiedo cosa tu voglia fare di noi poveri disgraziati che stanno nella tua stessa carrozza. Quanti scomparti hai rimasto liberi nelle tue valige? Io gradirei un sacchetto giallo, se proprio devi. Ed ora perché ti frughi nella tasca interna del paletot? Cosa cercano le tue nodose mani? Una mannaia, un rasoio, una pistola, il biglietto del minimetro? Sarà una cosa veloce o soffriremo a lungo? Ci metterai in ordine di altezza e procederai dal più basso al più alto o, semplicemente, lascerai alla sorte scegliere chi scuoiare per primo? Ci addormenterai con un ritrovato chimico? Avrai il sorriso stampato mentre infierirai sulle nostre carni o anche in questo adotterai la compostezza ed il rigore che così chiaramente ti contraddistinguono? Diccelo.
Che poi, alla resa dei conti, tante domande non me le sarei nemmeno poste, ovviamente. Se non avessi il raffreddore, insomma.



