Deborah gen26

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Deborah

Fra le poche cose che lei non mi fece posso senz’altro annoverare il definirmi “squallido cilindro di feci“. Che è una locuzione che va di moda tra le donne dotate di un certo piglio creativo e una sottile vena poetica. Quelle sei o sette che restano (questo non è un complimento), di solito, ti apostrofano con un coatto “a pezzo de’mmerda“, quando la storia che vi ha a lungo uniti tende – per qualsiasi ragione – ad andarsene a fare in culo. L’altra cosa che non mi fece fu l’impepata di cozze, per il resto direi che ci siamo.

Non discuto sulla veridicità dell’accusa, del resto chi può ignorare il fatto che la distanza che separa l’orifizio dal quale siamo usciti da quello da cui usualmente defechiamo sia così ridotta da dare ampio margine a una legittima ipotesi di contaminazione? Non discuto nemmeno sulla volontà vessatoria delle parole di biasimo, laddove risulta indiscutibile che una storia inizia quando due si vogliono bene e finisce irrimediabilmente quando lui diventa (o si comporta come) una cacca opaca. Certo.

Infatti, davvero, non discuto niente. Però, aggiungo, lei scopava male. Quindi non si può dire che non mi facesse il sesso, o quelle cose che taluni chiamano con un nome strano da tassonomi bacchettoni dell’etimologia, tipo pratiche orali di soddisfazione del partner volte ad ottenerne il raggiungimento del climax, o fellatio. No, questo non si può dire, alla stessa stregua del divieto di pronunciare “gatto” fintanto che non lo si abbia nel “sacco” di Trapattoniana memoria.

E’ pur vero che occorre sperimentare un’alternativa plausibile prima di poter sancire in via definitiva l’applicazione della lettera scarlatta al soggetto. Meglio se due. Diciamo che tre è il più piccolo numero primo euclideo che giustifichi e dimostri l’assioma. Con buona pace delle teorie matematiche di Fermat, che – scellerato – pensava di aver trovato, se non tutti, un cospicuo gruzzolo di numeri primi: invece ne aveva trovati solo cinque. Una vita passata a scoprire cinque numeri primi, ci pensate? Brunetta se lo sarebbe inculato con sacchi e sacchi di sabbia, a grana grossissima.

Ecco, dicevo, è probabile – ma non certo – che Fermat (considerate anche le indiscutibili doti amatorie di uno abituato a giocherellare con le derivate) avrebbe avuto una buona opinione del di lei sesso. Almeno le prime cinque volte, ben inteso. Ma per quanto possa paraddosalmente stimare l’opera intellettuale del matematico, mi vedo costretto a stigmatizzare il pensiero dell’uomo. Perché non è così: lei a letto era normale, niente di eccezionale o particolare. Niente manovre di Heimlich, niente imbuti, niente tavole periodiche. Nulla di nulla. Che a pensarci uno dice, quasi quasi, meglio Mezzanotte e dintorni. O scervellarsi su cinque numeri primi, per dire.

Volendo trovare una morale a questa disamina, non che ce ne fosse una reale necessità, dovrei osservare come emerga chiara la preferenza delle donne (almeno quelle che non scopano un granché) per uomini intellettualmente dotati, o che – parimenti – le grosse menti riescano a dare il meglio di se quando dall’altra parte non c’è una tigre del ribaltabile.

O piuttosto che, vada come vada, alla fine della fiera noi maschi resteremo sempre e comunque una ragguardevole porzione di ammasso scomposto di cellulosa, cheratina, bile, solfuro di idrogeno e metano. Parecchio metano.

C’est la vie.