Sono tuo padre
Non mi fermo mai a pesare il tempo. Il tempo è leggero, scivola via fuggente e lascia il bianco dietro di se, lascia la polvere, lascia i desideri quelli irrisolti, incompiuti, le speranze bruciate, le occasioni perdute, i rimpianti: ne fa un fardello, chiude tutto nella tovaglia a quadri della scampagnata, e ti lascia col frigorifero vuoto, da riempire ancora – se vorrai – mentre porta le tue cose altrove, dove non le troverai più, o almeno smetterai di cercarle.
Ma certe volte è pesante, perché segna le primavere che ha visto il tuo corpo, che hai vissuto inconsapevole del suo incedere, che pensavi, ti illudevi di poter trattenere. E allora cosa fa, l’uomo. Lascia un segno. Vince una sfida. Raggiunge un risultato. Eccelle in un’arte. Mette al mondo una creatura. Dona la vita a un’altra vita, perpetua la sua esistenza in un altro essere, genera un uomo. Lo cresce. Spera di non sopravvivergli.
Quel giorno, cinque anni fa, c’era un sole tiepido. I raggi entravano dalla finestra e illuminavano il sorriso di tua madre. Era tutto perfetto, e perfetto sei nato. Pochi chilogrammi di sangue del mio sangue, stretti tra le mie braccia, urlavano la vita, urlavano alla vita, e lottavano per fartici restare attaccato. Non ricordo altro, se non che mi sentii inutile, e al tempo stesso indispensabile. Avrei voluto darti tutto, e probabilmente ti darò di più.
Oggi, cinque anni dopo, di nuovo il flebile sole, di nuovo una primavera che scorre su tuo padre e che ti fa rifiorire più bello di ieri. Perché è giusto così, perché per me il tempo pesa mentre tu lo divori. E io ci penso ogni mattina, mentre vado al lavoro: che sarebbe bello stare sempre con te, e mangiarlo insieme questo tempo e vedere chi si stanca prima. Vinceresti tu. Ma saremmo felici entrambi.
Oggi avrai il tuo regalo. Il mio l’ho avuto quel giorno che ho aperto la valigia, a centinaia di chilometri da casa, e ho trovato la farfalla, e legato il bigliettino “Ciao Papà, torna presto a casa, che Matteo ti aspetta!“. E per grande che potrò mai fartelo, un regalo così… non ci riuscirò mai.
E ancora oggi mi sento inutile, e al tempo stesso spero di esserti ancora indispensabile.





Auguri al piccolo! (Ho sempre pensato che valga la pena vivere soprattutto per questo, per questa “cosa” meravigliosa di cui parli, l’essere padre o madre…)
è così, infatti. essere genitori non è spiegabile, va vissuto. (e grazie per gli auguri!)
Bello Clock,
solo una cosa – non sperare mai di rimanere indispensabile a tuo figlio. In fondo accudire un figlio è un lento e inesorabile cammino di separazione, e la separazione rappresenta la sua autonomia.
Lo so che è dura da digerire, ma penso che lo sia più per i genitori che per i figli.
grande killer! credo esistano tante sfumature dell’essere indispensabili, giocoforza ho dovuto ripiegare sull’offrirmi come punto di riferimento presente, e a questo miro anche in futuro. ché come sai, per quanto mi riguarda, il suo cammino per l’indipendenza l’ha già iniziato da un pezzo.
Questa storia dei regali è interessante…secondo me in ogni caso un regalone gliel’abbiamo fatto a questi figli. E resta comunque unico ed inimitabile!
Ciao,
mi chiamo Marco e sono l’autore del blog :http://spaziofigo.blogspot.com/
mi scuso per il disturbo per volevo complimentarmi con te per il lavoro che svogli che credo sia ottimo
Ti invio questo messaggio per chiederti una richiesta di scambio link. In attesa della tua risposto ho già attivato il link verso il tuo sito che trovi nella home page del mio blog, sulla destra, sotto la voce scambio link.
Sperando in una tua risposta positiva ti saluto e mi scuso per il disturbo.
A presto.
Ciao Alessio,
c’è un’iniziativa carina per blogger: “Scene di ordinaria follia…in ufficio”
Guarda il regolamento: http://www.euroffice.it/_pages/cms_cp430.aspx
che ne dici?
nuon week edn
Alessia