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Le stagioni dell’amore

| 24 febbraio 2010 | 5 commenti » | psicologicamente

Ti chiamavo amore come a Gianni lo chiamavo Gianni. Ma Gianni è rimasto Gianni e io, per coerenza, continuo a chiamarlo Gianni. Che magari arriverà un giorno che Gianni cambierà nome, o che magari io proverò sensazioni forti e incomprimibili per lui, così intense da considerarle amore, e allora a Gianni lo chiamerò amore. Però guarda, onestamente, questa seconda ipotesi io la vedo poco probabile.

Ti chiamavo tesoro come di solito faccio con le robe scovate (no, scavate) sotto enormi X (ics) rosse disegnate sul terreno, ma spesso quei tesori si rivelano pacchi. Pacchi con dentro la sorpresa, il coccodrillo, la busta nera, il mini-pimer, la 500.000€. E già trovare le X rosse è un casino, senza il telefono col GPS. E tu potevi chiedermi tutto, ma non di gioire dopo aver scoperto che dentro al pacco c’era la fregatura.

TI chiamavo gioia, ma dopo che ti sei incazzata perché pensavi avessi un’altra che si chiamava Gioia ho deciso di smettere, e questo m’è costato tanto, perché di gioia ce ne avevo. Non di ragazze chiamate Gioia, ma di gioia come sentimento. E trovare altra gioia quando non sei più in grado di chiamare gioia niente, nemmeno chi si chiama Gioia per davvero, boh, insomma, è difficile. Le chiamavo hm, alle Gioia, ma non capivano: che casino che hai combinato.

Ti chiamavo quando staccavi la sera dal bar, era difficile chiamarti “quando staccavi la sera dal bar”, specie durante l’amore, lasciatelo dire. “Allora, che facciamo stasera, Ale, andiamo a vederci un film?”. “Certo, quando staccavi la sera dal bar, sicuramente.”. “Infatti sono fuori, adesso!”. “Ah, ecco, facciamo allora che ti chiamo fuori, adesso! e risolviamo, credo.”. “Tu sei tutto matto…”. “No, io sono Alessio, tu fuori, adesso!”. E mi lasciasti. Dicesti che te l’avevo detto io di farlo. Mi dissi, tra me e me: “ti fossi chiamata Claudia, vedi che tutto ‘sto casino non veniva fuori…”. La risposta era probabilmente “si”.

Ora non ti chiamo più, né amore, né tesoro, né gioia, né quando staccavi la sera dal bar. Semplicemente, in rubrica, c’ho un casino che nemmeno te lo immagini. E così, vedrai, finirà che non chiamerò nessuna più amore, o tesoro, o gioia. Di certo, fuori, adesso!. E comunque non durante l’amore.

Disprezzo e pregiudizio

| 18 febbraio 2010 | 2 commenti » | contestualmente, personalmente

Io non disprezzo le persone, perché il disprezzo è un sentimento così di lusso che un umano, per guadagnarselo, il mio, oh. Vuoi darmi della checca, fallo. Vuoi dirmi cattiverie gratuite, fallo. Vuoi infangare il mio nome, fallo. Vuoi raccontare a tutti la tua verità, fallo. Vuoi che usi la stessa moneta con te, scordatelo. Posso provare pena, un filo di acidità di stomaco, persino rammaricarmi per la tua condizione psichica o per l’aumento incontrollato del prezzo degli ansiolitici. Ma il mio disprezzo: col cazzo.

E vedi, qualunque sia la verità che raccontiamo agli altri, io e te sappiamo bene come stanno le cose. E il tuo sottovalutare la possibilità che, colto da improvvisi e giustificati vortici testicolari, io possa restituirti pan per focaccia aprendo il Vaso di Pandora costituisce evidenza inconfutabile della carenza neuronale che ti affligge: io direi proprio che trattasi di manovra poco igienica, financo sfacciata. Da demente, insomma.

Che poi, davvero, non vale la pena nemmeno prendersela con quei disgraziati che – abbindolati dal tuo soliloquio – eseguono pedissequamente il compitino suggerito loro e, in barba alla centellinata dotazione di personalità, non si preoccupano nemmeno di constatare la veridicità delle tue asserzioni. Pecore, caproni, merde secche. O dementi, insomma.

D’altronde non devo spiegazioni (ulteriori) a nessuno se non alla mia coscienza, che come ben sai è in vendita a zero e settantacinque al chilo, mercatino del sabato, banco del pesce (sbrigati, che dopo tre giorni puzza). Ma tu evidentemente non sei serena, e lo so perfettamente come ti chiami, volevo solamente prenderti in giro.

Bella cosa la serenità, serve a rendere giustizia ai veri problemi della vita: il costo del dado da brodo, i tempi di percorrenza di un Roma / Napoli, il montepremi del Superenalotto, la dispareunia. E serve anche a piazzare una solida pietra sopra alle cose che furono, tesoro: rifatti una vita, infilaci dentro i tuoi affetti più cari e facciamo questo poderoso ma inevitabile salto nella maturità, dai.

Ah, dimenticavo: anche un paio di etti in meno, non ti starebbero male.

Se vuoi

| 6 febbraio 2010 | 8 commenti » | personalmente

Se vuoi, io e te qualche volta si può dormire insieme.

Se vuoi possiamo baciarci tutta la notte, hai presente? Che magari solo una notte è poco, magari ci resta in bocca il sapore e al mattino non ci va di bruciarlo col caffè. E allora, se vuoi, possiamo baciarci anche tutto il giorno, scoprirci i punti deboli, indugiare sul collo, o altrove, morderci, quello che vuoi, con la tua bocca, con la mia, nessuno ci interrompe. E possiamo farlo il giorno dopo ancora, finquando ne abbiamo voglia, finquando un dovere non ci richiama altrove, finquando quel tempo che abbiamo fermato non si rimette a camminare, finquando la musica continua. Se vuoi.

Se vuoi possiamo fare l’amore tutta la notte, ci pensi? Ti dico “posso restare ancora?“, e tu rispondi sottovoce “certo, dove pensi che ti faccia andare?“. Da nessuna parte, io voglio stare qui, adesso. Se vuoi possiamo giocare al sesso tutta la notte, sudarci, prenderci, girarci, scaldarci, toccarci e avere brividi. Come vuoi, dove vuoi. E a me piace, e a te piace, e non chiedermi perché: non so bene nemmeno cosa ti ho risposto, era sicuramente vero, ma ecco… noi non siamo più noi, adesso, ed è giusto così: amarci come leggere un libro senza l’indice, senza sapere a che pagina è il prossimo capitolo, ed emozionarsi col finale a sorpresa. Se vuoi.

Se vuoi posso dirti un sacco di cose, di quelle che ti tolgono il fiato e che illuminano lo sguardo. Ma non sono così bravo – o almeno non altrettanto – a parlare, a far discorsi. Non mentre sudiamo, e ansimiamo: ci riesce male, anche tu non scherzi. E io non voglio parlare, e nemmeno tu, e allora lasciamo che a parlare siano i respiri, le mani, il tuo seno, il piacere.

Se vuoi possiamo dormire ancora insieme. O forse dormire no, dormire è troppo.

Deborah

| 26 gennaio 2010 | Commenti disabilitati | contestualmente

Fra le poche cose che lei non mi fece posso senz’altro annoverare il definirmi “squallido cilindro di feci“. Che è una locuzione che va di moda tra le donne dotate di un certo piglio creativo e una sottile vena poetica. Quelle sei o sette che restano (questo non è un complimento), di solito, ti apostrofano con un coatto “a pezzo de’mmerda“, quando la storia che vi ha a lungo uniti tende – per qualsiasi ragione – ad andarsene a fare in culo. L’altra cosa che non mi fece fu l’impepata di cozze, per il resto direi che ci siamo.

Non discuto sulla veridicità dell’accusa, del resto chi può ignorare il fatto che la distanza che separa l’orifizio dal quale siamo usciti da quello da cui usualmente defechiamo sia così ridotta da dare ampio margine a una legittima ipotesi di contaminazione? Non discuto nemmeno sulla volontà vessatoria delle parole di biasimo, laddove risulta indiscutibile che una storia inizia quando due si vogliono bene e finisce irrimediabilmente quando lui diventa (o si comporta come) una cacca opaca. Certo.

Infatti, davvero, non discuto niente. Però, aggiungo, lei scopava male. Quindi non si può dire che non mi facesse il sesso, o quelle cose che taluni chiamano con un nome strano da tassonomi bacchettoni dell’etimologia, tipo pratiche orali di soddisfazione del partner volte ad ottenerne il raggiungimento del climax, o fellatio. No, questo non si può dire, alla stessa stregua del divieto di pronunciare “gatto” fintanto che non lo si abbia nel “sacco” di Trapattoniana memoria.

E’ pur vero che occorre sperimentare un’alternativa plausibile prima di poter sancire in via definitiva l’applicazione della lettera scarlatta al soggetto. Meglio se due. Diciamo che tre è il più piccolo numero primo euclideo che giustifichi e dimostri l’assioma. Con buona pace delle teorie matematiche di Fermat, che – scellerato – pensava di aver trovato, se non tutti, un cospicuo gruzzolo di numeri primi: invece ne aveva trovati solo cinque. Una vita passata a scoprire cinque numeri primi, ci pensate? Brunetta se lo sarebbe inculato con sacchi e sacchi di sabbia, a grana grossissima.

Ecco, dicevo, è probabile – ma non certo – che Fermat (considerate anche le indiscutibili doti amatorie di uno abituato a giocherellare con le derivate) avrebbe avuto una buona opinione del di lei sesso. Almeno le prime cinque volte, ben inteso. Ma per quanto possa paraddosalmente stimare l’opera intellettuale del matematico, mi vedo costretto a stigmatizzare il pensiero dell’uomo. Perché non è così: lei a letto era normale, niente di eccezionale o particolare. Niente manovre di Heimlich, niente imbuti, niente tavole periodiche. Nulla di nulla. Che a pensarci uno dice, quasi quasi, meglio Mezzanotte e dintorni. O scervellarsi su cinque numeri primi, per dire.

Volendo trovare una morale a questa disamina, non che ce ne fosse una reale necessità, dovrei osservare come emerga chiara la preferenza delle donne (almeno quelle che non scopano un granché) per uomini intellettualmente dotati, o che – parimenti – le grosse menti riescano a dare il meglio di se quando dall’altra parte non c’è una tigre del ribaltabile.

O piuttosto che, vada come vada, alla fine della fiera noi maschi resteremo sempre e comunque una ragguardevole porzione di ammasso scomposto di cellulosa, cheratina, bile, solfuro di idrogeno e metano. Parecchio metano.

C’est la vie.