Archivio di

Deborah

| 26 gennaio 2010 | Nessun commento » | contestualmente

Fra le poche cose che lei non mi fece posso senz’altro annoverare il definirmi “squallido cilindro di feci“. Che è una locuzione che va di moda tra le donne dotate di un certo piglio creativo e una sottile vena poetica. Quelle sei o sette che restano (questo non è un complimento), di solito, ti apostrofano con un coatto “a pezzo de’mmerda“, quando la storia che vi ha a lungo uniti tende – per qualsiasi ragione – ad andarsene a fare in culo. L’altra cosa che non mi fece fu l’impepata di cozze, per il resto direi che ci siamo.

Non discuto sulla veridicità dell’accusa, del resto chi può ignorare il fatto che la distanza che separa l’orifizio dal quale siamo usciti da quello da cui usualmente defechiamo sia così ridotta da dare ampio margine a una legittima ipotesi di contaminazione? Non discuto nemmeno sulla volontà vessatoria delle parole di biasimo, laddove risulta indiscutibile che una storia inizia quando due si vogliono bene e finisce irrimediabilmente quando lui diventa (o si comporta come) una cacca opaca. Certo.

Infatti, davvero, non discuto niente. Però, aggiungo, lei scopava male. Quindi non si può dire che non mi facesse il sesso, o quelle cose che taluni chiamano con un nome strano da tassonomi bacchettoni dell’etimologia, tipo pratiche orali di soddisfazione del partner volte ad ottenerne il raggiungimento del climax, o fellatio. No, questo non si può dire, alla stessa stregua del divieto di pronunciare “gatto” fintanto che non lo si abbia nel “sacco” di Trapattoniana memoria.

E’ pur vero che occorre sperimentare un’alternativa plausibile prima di poter sancire in via definitiva l’applicazione della lettera scarlatta al soggetto. Meglio se due. Diciamo che tre è il più piccolo numero primo euclideo che giustifichi e dimostri l’assioma. Con buona pace delle teorie matematiche di Fermat, che – scellerato – pensava di aver trovato, se non tutti, un cospicuo gruzzolo di numeri primi: invece ne aveva trovati solo cinque. Una vita passata a scoprire cinque numeri primi, ci pensate? Brunetta se lo sarebbe inculato con sacchi e sacchi di sabbia, a grana grossissima.

Ecco, dicevo, è probabile – ma non certo – che Fermat (considerate anche le indiscutibili doti amatorie di uno abituato a giocherellare con le derivate) avrebbe avuto una buona opinione del di lei sesso. Almeno le prime cinque volte, ben inteso. Ma per quanto possa paraddosalmente stimare l’opera intellettuale del matematico, mi vedo costretto a stigmatizzare il pensiero dell’uomo. Perché non è così: lei a letto era normale, niente di eccezionale o particolare. Niente manovre di Heimlich, niente imbuti, niente tavole periodiche. Nulla di nulla. Che a pensarci uno dice, quasi quasi, meglio Mezzanotte e dintorni. O scervellarsi su cinque numeri primi, per dire.

Volendo trovare una morale a questa disamina, non che ce ne fosse una reale necessità, dovrei osservare come emerga chiara la preferenza delle donne (almeno quelle che non scopano un granché) per uomini intellettualmente dotati, o che – parimenti – le grosse menti riescano a dare il meglio di se quando dall’altra parte non c’è una tigre del ribaltabile.

O piuttosto che, vada come vada, alla fine della fiera noi maschi resteremo sempre e comunque una ragguardevole porzione di ammasso scomposto di cellulosa, cheratina, bile, solfuro di idrogeno e metano. Parecchio metano.

C’est la vie.

Terzo incomodo

| 13 gennaio 2010 | 2 commenti » | contestualmente

Un uomo che nutra un minimo di amor proprio non dovrebbe mai consentire ai fatti di prendere il sopravvento e fargli raggiungere questa assolutamente non invidiabile condizione. Ma, e la letteratura ci supporta in questo, non è infrequente che il desiderio abbia la meglio sull’amor proprio e porti a casa una bella vittoria in trasferta: con buona pace dei sani principi, della media inglese e del calo fisiologico di testosterone libero a partire dai trent’anni, ’sticazzi.

Ciò non toglie, appunto, che si tratti di una delle condizioni più umilianti per l’essere umano. A parte quella di ospite di Porta a Porta, intendo. C’è da dire che – a differenza degli invitati al “salotto coi plastici™” – l’amante ha (o dovrebbe avere) l’indubbio vantaggio della non esibizione pubblica, caduto il quale viene meno anche il presupposto fondante la condizione di clandestinità e, in certi casi, la vita stessa. Incerti del mestiere, si potrebbero definire, se non fosse che – escluso lo sperabile appagamento corporale che il soggetto dovrebbe trarre dalla discutibile frequentazione – non è in genere prevista alcuna retribuzione pecuniara per i servigi svolti. Almeno non di entità tale da incidere sul 730, insomma. Spese, al limite, quelle si: difficilmente detraibili e a fondo perduto, che t’aspettavi?

Dicevamo della condizione di umiliazione e squallore in cui il malcapitato si trova, tutto sommato. Questo perché, al sentimento che dovrebbe trovarsi alla base della frequentazione più o meno stabile (che taluni visionari chiamano amore), viene forzatamente sostituito un concetto molto meno passionale e decisamente più pragmatico, ovvero il concetto di inerzia. Secondo questa nuova e sofisticata sagomatura delle emozioni, il soggetto non è più in grado di manifestare appagamento o trasporto nei confronti del partner, espressioni umane del tutto inutili se non addirittura dispendiose in termini tempo-prestazionali, tuttavia è consapevole che – terminata la corrente sessione di vicendevole appagamento – in un momento e in un luogo ancora non definibili sarà possibile accedere a una nuova istanza del medesimo rendezvous. Per inerzia, mica per altro. Vabbè, si, anche la storia dei feromoni e delle spiegazioni biotecnologiche alle meraviglie del sesso, ma sempre questioni inerziali sono.

E’ chiaro che, come tutte le cose che procedono per inerzia, è presumibile che interverrà (in tempi e modi nuovamente non predeterminabili) una forza esterna a mutarne lo stato di moto rettilineo. Le conseguenze di tale intervento dipendono strettamente dalle proprietà meccaniche dei soggetti interessati e da vari altri fattori correttivi, ma insomma non ci si aspetti che tirare fuori il bosone di Higgs possa servire a qualcosa, in questa circostanza. Anche perché non v’è prova della sua esistenza, sebbene sia irrinunciabile la sua esistenza. Io adoro i paradossi. Più o meno quanto due glutei sodi e sostenuti, ma con meno inerzia.

E poi niente, questa frase non è vera.

“…mi ricordo che eri un genio in fisica e in matematica, il prototipo della secchiona, proprio!”

“E non avevo manco le tette. E non vedevo i film porno!”

“…”

“Ho recuperato su tutto, comunque, eh. Guarda, guarda…”

Caro Babbo Nata’

| 15 dicembre 2009 | 8 commenti » | contestualmente, personalmente

letterina-babbo-natale

Dichiaro – con malcelata invidia, nonostante tutto conservando fiducia per il futuro – che questo post non ha concorso ai PslA, ne tantomeno ambiva a farlo (peraltro avrei anche potuto scriverlo prima, ma sono stronzo e lo ben so). Dico onestamente, ché quelli che ci sono dentro stanno una spanna sopra, e se c’è una roba che mi fa piegare dalla tristezza sono invece taluni che rosicano: un bagno d’umiltà, ragazzi, non vi farebbe male affatto.

E insomma volevo parteciparvi del fatto che, rovistando tra le mie cose, ho ritrovato una roba coperta da qualche centimetro di polvere, negli scaffali della mia cigolante memoria: un ricordo gradevole di un Natale di quasi trent’anni fa. È ingiallito, incartapecorito, raggrinzito, demodè ormai, eppure stranamente nitido nei suoi contorni. Evidentemente stavolta la roba era buona. Io, in ’sto frammento di memoria, ero piccoletto: cinque o sei anni, però già ragionavo da ventiquattrenne, nel senso che poi – fino a ventiquattro anni – ho continuato a ragionare in quel modo, e difatti si son visti i risultati.

Comunque, in questo mio ricordo c’erano un casino di persone, dentro: i miei genitori, una cifra assurda di nonni e bisnonni, zii, cugini, tavole imbandite, tanto fumo da lavorarci uno dei migliori speck dell’Alto Adige, dolciumi, risate, la tombola, il diosantissimo di panettone coll’uvetta e i canditi, una televisione in bianco e nero, mio padre travestito da Babbo Natale che io l’ho sgamato appena varcata la soglia di casa, perché lui voleva fare lo splendido e avrà speso mezzo stipendio per comprare quel vestito, ma i mocassini erano rimasti gli stessi. E io ho sempre guardato le scarpe, e li s’è giocato la credibilità, purtroppo. Però non gliel’ho mai detto, ci sarebbe rimasto malissimo: tanto io già sapevo da un tot che Babbo Natale non esisteva, tutto era funzionale a raggranellare regali. Il bello è che lo sapevamo tutti, e io non ricordo un giorno in cui qualcuno m’è venuto a dire che Babbo Natale non esisteva: semplicemente un anno Babbo Natale non è passato più, e pace, niente manifesti funebri, niente annunciazioni, niente minuto di raccoglimento, i regali invece si, ma un po’ meno (e comunque anche l’inflazione ci mise del suo).

Al tempo scrivevo la letterina a Babbo Natale, cosa che è durata fino a quel famoso anno in cui BN (per comodità, perdonatemi) non è passato più. Ora non ricordo se quell’anno ho sprecato una lista di regali o se avevo già messo l’anima in pace anzitempo, all’otto di dicembre. Tuttavia, nelle altre letterine, ero sempre stato ragionevole: facevo la conta dei parenti e affibbiavo un regalo a famiglia, quasi che inconsapevolmente conoscessi il trucco. Davvero, ricordo che nella letterina scrivevo “Babbo Natale del nonno Enzo“, o “dello zio Siro” (sono nomi veri, anche) e poi sotto assegnavo i regali. Altra cosa davvero inquietante: non ricordo di aver mai ricevuto un solo regalo contenuto nelle liste dei desideri: ’sto cazzo de BN doveva abitare vicino a magazzini di merda se mai un anno ha trovato le cose che gli ho chiesto. Eppure chiedevo roba semplice, tipo i pennarelli, i soldatini, le ruspe, i condom (ma al tempo me li spacciavano per palloncini, infami). Tra l’altro: chissà che fine avranno fatto i miei soldatini, dannazione.

Oggi non saprei cosa chiedere, da uomo, a BN. Gli potrei forse domandare di restituirmi la serenità di qualche anno fa, perché incredibilmente – ripensandoci seriamente – c’è stato un tempo in cui son stato sereno, una bella persona, di un rosa tenue per niente fastidioso ne kitsch, educato mai, ma almeno gradevole. Che se BN sapesse cacare una macchina del tempo, allora… Invece no: ora, non per sminuire il tuo ruolo, ma io di un Bakugan non me ne faccio una sega. Non a questa età e fuori dallo stadio, intendo. E mi sono anche informato sul prezzo, pare che la serenità st’anno sia oggetto di embargo. Al massimo qualche statuetta del Duomo.Di.Milano, con su il “ricordo di un dente“: priceless.

Ora io questo bel ricordo devo conservarlo da qualche parte, che se lo rimetto nella scaffalatura finisce che si rovina e perde definitivamente quel sapore nostalgico che tanto lo caratterizza. E allora lo lascio scritto qua, a perenne ricordo del fatto che son stato giovane (regazzino, direi) e spensierato anche io. O almeno fino a quando avrò i soldi per rinnovare l’hosting, insomma. E mi permetto anche il lusso di lasciarvi gli auguri, perché c’è di buono che gli auguri migliori son quelli fatti agli sconosciuti, che se li pigliano e portano via, e ci fanno il cazzo che vogliono: che a quelli che conosci da una vita gli sei andato di traverso, alla lunga, fidati.

Ma non prendeteci l’abitudine. Con affetto, il vostro [amato|odiato|indifferente] Clock.

In separata sede

| 19 novembre 2009 | 6 commenti » | personalmente

Una cosa risaputa, e che invece molti tacciono per convenienza, è che la legislazione italiana in materia di separazioni fa cagare. L’obsolescenza di certi dispositivi procedurali e la capziosità dei millemila dettami giuridici in merito fanno concorrenza solo al sistema infrastrutturale dei trasporti: continuiamo a fare strade larghe diciotto corsie e pronte in otto comodi lustri, invece di investire un decimo della stessa cifra per tappezzare l’Italia di banda larga ed evitare che migliaia di persone si spostino solo per toccare con mano un interlocutore che avrebbero potuto comodamente ed economicamente ospitare in una videoconferenza. Qualcuno ci mangia, molti ci fanno pranzi di matrimonio (mi pare il caso di dirlo), qualcuno se la prende nel culo: it’s the wheel, e va bene così.

Senza divagare, non è mia intenzione distogliervi dal sacrosanto ed encomiabile intento di sposare la vostra amata dolce metà, ne tantomeno impedirvi di giungere a una soddisfacente relazione d’amorosi sensi finalizzata alla riproduzione ad libitum, davvero. Tuttavia, se non sei un uomo, se non sei sposato, se non hai figli o se appartieni a quella stragrande maggioranza di padri che hanno generato una creatura solo per sentirsi fichi ad avere in mezzo ai piedi un pisciasotto con il proprio cognome, ecco, allora non proseguire nemmeno: apriti il tuo bel Facebook e vai a spippettarti altrove, perché quanto sto per snocciolare non ti interessa davvero.

Per quei sei o sette che sono rimasti: siete in un monte di merda, dall’interno del quale fruite dell’ossigeno esterno solo per tramite di una cannuccia che la donna che vi sta a fianco vi concede di utilizzare, a suo buon cuore. Perché il giorno che deciderà “‘nz” per voi si aprirà la battuta strada del calvario, della sofferenza e – certo – della sconfitta. Perché da padri valiamo, agli occhi del legislatore, quanto un due di bastoni a briscola mentre comanda denari. Che personaggio, ’sto legislatore, sa tutto lui. Certo non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma sappiate che i pochi che si sottraggono a questa consuetudine poi patiscono una vita di “te la potevo far scontare molto peggio, ringraziami“. Dunque ci stanno 1) i disgraziati, 2) i fortunati con la sindrome da inferiorità genitoriale postuma, e 3) quelli che se ne sbattono dei figli: vedete di collocarvi a modino.

In verità, qualunque sia il motivo che vi ha indotto a rompere i ponti con la vostra dolce metà, dovete sapere che non c’è nulla che potrete fare per far valere la vostra posizione di padre, salvo elemosinare alla controparte concessioni effimere alle quali arriverete solo dopo aver buttato un mucchio di soldi in azzeccagarbugli. Ok, vi vedo, tranquilli di avere in mano la prova definitiva: un 8mm con immagini di repertorio nel quale Lei partecipa a una gangbang con sedici amici di colore del vostro panettiere di fiducia (fiducia tua madre), tutti con la loro baguette croccante precisa. Una ripresa oscena, non fosse altro per il fatto che la telecamera era priva di stabilizzatore d’immagine. E – comunque – del tutto inutile, sul serio: il nostro ordinamento non contempla tra i suoi doveri quello di valutare la rettitudine morale di un genitore femmina (e abbiate pietà del mio non chiamarla madre), piuttosto tenderà ad assicurarsi che abbia le zinne. That is. (per inciso, non che ci sia nulla di eticamente abietto nel partecipare a simili convivi, voglio ben dire, però fingersi suor Paola a latere puzza di stronzata)

Tornando seri, è mia premura evitare di scadere nel luogo comune: non tutte le genitrici sono ottenebrate, non tutti i padri sono impeccabili genitori, non tutte le coppie scoppiano, il fallimento di un matrimonio non è mai colpa di uno solo (per estensione della gangbang di cui sopra) e compagnia cantante. Ma purtroppo, del luogo comune, solo noi portatori di boxer contenitivi di scroto restiamo vittima, almeno osservando quello che succede nelle cause di separazione in giro per l’italico stivale. Ovvero del luogo comune peggiore, quello che vede una mamma elemento insostituibile nella crescita, maturazione ed educazione di una creatura incolpevole di pochi anni d’età. Vaffanculo.

Certo, mi si dirà, allora come mai più del 70% delle separazioni avviene consensualmente con conseguente affido prevalente del minore alla madre? Perché semplicemente mettersi a litigare sull’affidamento di un figlio non comporta maggiori probabilità di vederselo affidare, tutt’altro. E noi ometti, sensazionali esempi di pragmatismo, abbiamo capitalizzato questa consapevolezza lasciando che la dinamica di affidamento prevalente delle creature alla madre resti appunto consuetudine, avallando colposamente – peraltro – la cazzata mortale. Ma possiamo sinceramente noi, squattrinati furbetti del quartiere, renderci protagonisti di una simile crociata? Siamo onesti. Perciò ci affidiamo al buon vostro buon cuore. Vaffanculo.

E sapete perché? Perché l’ostentata perla pedagogica propinataci sotto banco secondo la quale affidare un bambino ad un solo genitore non comporta la perdita dell’altro si accumula al monte di fesserie che il disgraziato medio continua a digerire. Che io sarei anche daccordo con questa impostazione, se avessi modo di vedere e vivere il figlio in uguale misura, secondo un principio di equipollenza dei ruoli genitoriali a mio avviso riconosciuto principalmente dalla natura e di fatto scardinato da un retaggio culturale degno del peggior fascismo; nella realtà dei fatti, però, la media delle ore che il genitore non affidatario è “autorizzato” a trascorrere con il figlio si trova ben al di sotto della soglia minima per essere considerati buoni genitori. Di fatto, considerando in modo Mannhaimeriano la situazione, il 94% dei figli – in Italia – perde il padre. Vaffanculo.

Poi c’è la questione dei soldi. Senza dilungarsi troppo, da padre so perfettamente quanto costa un figlio, e qualsiasi cifra vogliano farvi digerire i sapientoni dell’ISTAT con le loro percentuali da abaco genovese, quella cifra è una presa per il culo. Perché un figlio non è un’autovettura coi costi fissi, perché non devi fargli il tagliando e le gomme una volta all’anno e non ci sono rivendite di accessori a prezzi calmierati come da paniere. Un figlio oggi ti costa cento e per una settimana non ti costa più. Poi magari ti costa mille. Perciò diciamolo una volta e per tutte che quei soldi che dovrete passare alla vostra ex-moglie serviranno a coprire parte delle sue spese. E questo, oltre alla chiosa alla quale sto prendendo gusto, mi consente di aggiungere una venatura di schifo. Cangiante sul rosso. Vaffanculo.

Purtroppo dovrete convenire con me su questioni che ho vergogna persino a rappresentarvi, data la loro oggettività. Ma confido nell’esistenza di qualche mentecatto che ne metta in dubbio la validità, poiché la madre degli stolti è sempre grottescamente pregna. Vorrete dunque sostenere che non sia scientificamente dimostrato che per crescere equilibrati i figli abbisognano di entrambi i genitori? Dal vostro coniuge potete pure divorziare, rifondere l’oro della fede nuziale e – coi proventi – rinverdire il guardaroba di stuzzicherie Dolce&Gabbana. Ma dai figli no, non potete separarvi, non potete separarli. Un giorno la coscienza vi presenterà il conto per aver prestato il fianco a una simile abiezione.

Quel giorno io sarò li a riscuotere (in quanto coscienza, non esattore).

P.S.1: Prima che vi inalberiate, quei tre o quattro numeretti buttati in mezzo servono a dare un tono a un componimento altrimenti dotato di uno spessore comunicativo prossimo a quello dei libri di Moccia, ma sono comunque estratti da fonti attendibili e/o da indagini e studi realmente condotti su campioni di disgraziati disseminati sul territorio. Faccio campione.

P.S.2: Prima che vi inalberiate ancora, che siete gente incazzosa e io vi conosco… nel filmato non vienne illustrato quello che accade sempre, ma quello che può sempre accadere. E – per quanto ne so – nessuno può stare tranquillo, nessuno.