Archivio di personalmente

Quattro mura

| 11 marzo 2010 | 3 commenti » | contestualmente, personalmente

La mia nuova casa è bella. E’ piccola, ma curata, con pareti grezze, in uno stabile antico ma ben tenuto, senza vicini, che è una cosa comoda quando sei abituato a stare su fino alle quattro di notte con Red Hot Chili Peppers. Non è una vera e propria casa, almeno non nel concetto tipico di abitazione: non che ci sia un fossato da superare per entrarvi, certo, però ecco, io in una casa con il soppalco non ci avevo mai vissuto, e c’è sempre una prima volta. E c’è un grande anello appeso alla volta principale, e mi son chiesto tante volte a cosa serva.

C’è forte odore di pittura fresca, è aspro, ma dà quell’idea di pulito e nuovo che a me tanto piace. E dà anche l’idea della pittura fresca, ovviamente. Poi credo ci sia anche un qualche strano odore di sostanze utilizzate per ripulire il pavimento, ma non sono mai stato un genio a riconoscere gli odori, perciò potrebbe anche darsi che trattasi di normalissimo odore di cotto lavato. Ma è buono anche quello, per nulla fastidioso. E per coprire tutti questi odori ho aggiunto i diffusori, avete presente quelli da attaccare alla corrente che dosano l’essenza, riscaldano, umettano, rilasciano, fragranzano e fanno un mucchio di altre amenità, che costano un fottìo di soldi, ma almeno funzionano. Senza dimenticare le candele profumate: in pratica c’è una foresta tropicale, in questa casa, considerati anche i venti gradi centigradi fissi del riscaldamento. Forse, nascosto, c’è anche qualche licaone.

Ma è vuota. Vuota con l’eco. Ed è forse un problema di mobilia, direi definitivamente assente, al momento. Una cucina, un divano, un tavolo, una televisione, un letto: il minimo indispensabile per chiamarla casa, almeno per il Devoto-Oli. Ma no, non è quello. E’ quando ti chiudi la porta dietro e trovi l’assenza.

Ché una casa è fatta di voci, di rumori, di tavolette del cesso da alzare e scendere secondo complessi meccanismi non universalmente formalizzati, di lenzuola stropicciate, di schizzi di sugo sul piano cucina, di calore di pelle, di capelli nel lavandino, di bagni appannati, di lavandini che perdono, di lavatrici in funzione, di musica, di calzini che non si ritrovano, di telefoni lasciati staccati, del profumo lasciato sui cuscini, di un film mai finito di vedere, di penombra, di specchi da trucco, di calendari con su scritto “ore 18:00 dentista“, di pasta scotta, di due spazzolini da denti, di gente. E su questo bisogna ancora lavorare. Un po’.

E il primo che mi dice: “…pigliati un gatto…“, vaffanculo.

Disprezzo e pregiudizio

| 18 febbraio 2010 | 2 commenti » | contestualmente, personalmente

Io non disprezzo le persone, perché il disprezzo è un sentimento così di lusso che un umano, per guadagnarselo, il mio, oh. Vuoi darmi della checca, fallo. Vuoi dirmi cattiverie gratuite, fallo. Vuoi infangare il mio nome, fallo. Vuoi raccontare a tutti la tua verità, fallo. Vuoi che usi la stessa moneta con te, scordatelo. Posso provare pena, un filo di acidità di stomaco, persino rammaricarmi per la tua condizione psichica o per l’aumento incontrollato del prezzo degli ansiolitici. Ma il mio disprezzo: col cazzo.

E vedi, qualunque sia la verità che raccontiamo agli altri, io e te sappiamo bene come stanno le cose. E il tuo sottovalutare la possibilità che, colto da improvvisi e giustificati vortici testicolari, io possa restituirti pan per focaccia aprendo il Vaso di Pandora costituisce evidenza inconfutabile della carenza neuronale che ti affligge: io direi proprio che trattasi di manovra poco igienica, financo sfacciata. Da demente, insomma.

Che poi, davvero, non vale la pena nemmeno prendersela con quei disgraziati che – abbindolati dal tuo soliloquio – eseguono pedissequamente il compitino suggerito loro e, in barba alla centellinata dotazione di personalità, non si preoccupano nemmeno di constatare la veridicità delle tue asserzioni. Pecore, caproni, merde secche. O dementi, insomma.

D’altronde non devo spiegazioni (ulteriori) a nessuno se non alla mia coscienza, che come ben sai è in vendita a zero e settantacinque al chilo, mercatino del sabato, banco del pesce (sbrigati, che dopo tre giorni puzza). Ma tu evidentemente non sei serena, e lo so perfettamente come ti chiami, volevo solamente prenderti in giro.

Bella cosa la serenità, serve a rendere giustizia ai veri problemi della vita: il costo del dado da brodo, i tempi di percorrenza di un Roma / Napoli, il montepremi del Superenalotto, la dispareunia. E serve anche a piazzare una solida pietra sopra alle cose che furono, tesoro: rifatti una vita, infilaci dentro i tuoi affetti più cari e facciamo questo poderoso ma inevitabile salto nella maturità, dai.

Ah, dimenticavo: anche un paio di etti in meno, non ti starebbero male.

Se vuoi

| 6 febbraio 2010 | 8 commenti » | personalmente

Se vuoi, io e te qualche volta si può dormire insieme.

Se vuoi possiamo baciarci tutta la notte, hai presente? Che magari solo una notte è poco, magari ci resta in bocca il sapore e al mattino non ci va di bruciarlo col caffè. E allora, se vuoi, possiamo baciarci anche tutto il giorno, scoprirci i punti deboli, indugiare sul collo, o altrove, morderci, quello che vuoi, con la tua bocca, con la mia, nessuno ci interrompe. E possiamo farlo il giorno dopo ancora, finquando ne abbiamo voglia, finquando un dovere non ci richiama altrove, finquando quel tempo che abbiamo fermato non si rimette a camminare, finquando la musica continua. Se vuoi.

Se vuoi possiamo fare l’amore tutta la notte, ci pensi? Ti dico “posso restare ancora?“, e tu rispondi sottovoce “certo, dove pensi che ti faccia andare?“. Da nessuna parte, io voglio stare qui, adesso. Se vuoi possiamo giocare al sesso tutta la notte, sudarci, prenderci, girarci, scaldarci, toccarci e avere brividi. Come vuoi, dove vuoi. E a me piace, e a te piace, e non chiedermi perché: non so bene nemmeno cosa ti ho risposto, era sicuramente vero, ma ecco… noi non siamo più noi, adesso, ed è giusto così: amarci come leggere un libro senza l’indice, senza sapere a che pagina è il prossimo capitolo, ed emozionarsi col finale a sorpresa. Se vuoi.

Se vuoi posso dirti un sacco di cose, di quelle che ti tolgono il fiato e che illuminano lo sguardo. Ma non sono così bravo – o almeno non altrettanto – a parlare, a far discorsi. Non mentre sudiamo, e ansimiamo: ci riesce male, anche tu non scherzi. E io non voglio parlare, e nemmeno tu, e allora lasciamo che a parlare siano i respiri, le mani, il tuo seno, il piacere.

Se vuoi possiamo dormire ancora insieme. O forse dormire no, dormire è troppo.

Caro Babbo Nata’

| 15 dicembre 2009 | 8 commenti » | contestualmente, personalmente

letterina-babbo-natale

Dichiaro – con malcelata invidia, nonostante tutto conservando fiducia per il futuro – che questo post non ha concorso ai PslA, ne tantomeno ambiva a farlo (peraltro avrei anche potuto scriverlo prima, ma sono stronzo e lo ben so). Dico onestamente, ché quelli che ci sono dentro stanno una spanna sopra, e se c’è una roba che mi fa piegare dalla tristezza sono invece taluni che rosicano: un bagno d’umiltà, ragazzi, non vi farebbe male affatto.

E insomma volevo parteciparvi del fatto che, rovistando tra le mie cose, ho ritrovato una roba coperta da qualche centimetro di polvere, negli scaffali della mia cigolante memoria: un ricordo gradevole di un Natale di quasi trent’anni fa. È ingiallito, incartapecorito, raggrinzito, demodè ormai, eppure stranamente nitido nei suoi contorni. Evidentemente stavolta la roba era buona. Io, in ’sto frammento di memoria, ero piccoletto: cinque o sei anni, però già ragionavo da ventiquattrenne, nel senso che poi – fino a ventiquattro anni – ho continuato a ragionare in quel modo, e difatti si son visti i risultati.

Comunque, in questo mio ricordo c’erano un casino di persone, dentro: i miei genitori, una cifra assurda di nonni e bisnonni, zii, cugini, tavole imbandite, tanto fumo da lavorarci uno dei migliori speck dell’Alto Adige, dolciumi, risate, la tombola, il diosantissimo di panettone coll’uvetta e i canditi, una televisione in bianco e nero, mio padre travestito da Babbo Natale che io l’ho sgamato appena varcata la soglia di casa, perché lui voleva fare lo splendido e avrà speso mezzo stipendio per comprare quel vestito, ma i mocassini erano rimasti gli stessi. E io ho sempre guardato le scarpe, e li s’è giocato la credibilità, purtroppo. Però non gliel’ho mai detto, ci sarebbe rimasto malissimo: tanto io già sapevo da un tot che Babbo Natale non esisteva, tutto era funzionale a raggranellare regali. Il bello è che lo sapevamo tutti, e io non ricordo un giorno in cui qualcuno m’è venuto a dire che Babbo Natale non esisteva: semplicemente un anno Babbo Natale non è passato più, e pace, niente manifesti funebri, niente annunciazioni, niente minuto di raccoglimento, i regali invece si, ma un po’ meno (e comunque anche l’inflazione ci mise del suo).

Al tempo scrivevo la letterina a Babbo Natale, cosa che è durata fino a quel famoso anno in cui BN (per comodità, perdonatemi) non è passato più. Ora non ricordo se quell’anno ho sprecato una lista di regali o se avevo già messo l’anima in pace anzitempo, all’otto di dicembre. Tuttavia, nelle altre letterine, ero sempre stato ragionevole: facevo la conta dei parenti e affibbiavo un regalo a famiglia, quasi che inconsapevolmente conoscessi il trucco. Davvero, ricordo che nella letterina scrivevo “Babbo Natale del nonno Enzo“, o “dello zio Siro” (sono nomi veri, anche) e poi sotto assegnavo i regali. Altra cosa davvero inquietante: non ricordo di aver mai ricevuto un solo regalo contenuto nelle liste dei desideri: ’sto cazzo de BN doveva abitare vicino a magazzini di merda se mai un anno ha trovato le cose che gli ho chiesto. Eppure chiedevo roba semplice, tipo i pennarelli, i soldatini, le ruspe, i condom (ma al tempo me li spacciavano per palloncini, infami). Tra l’altro: chissà che fine avranno fatto i miei soldatini, dannazione.

Oggi non saprei cosa chiedere, da uomo, a BN. Gli potrei forse domandare di restituirmi la serenità di qualche anno fa, perché incredibilmente – ripensandoci seriamente – c’è stato un tempo in cui son stato sereno, una bella persona, di un rosa tenue per niente fastidioso ne kitsch, educato mai, ma almeno gradevole. Che se BN sapesse cacare una macchina del tempo, allora… Invece no: ora, non per sminuire il tuo ruolo, ma io di un Bakugan non me ne faccio una sega. Non a questa età e fuori dallo stadio, intendo. E mi sono anche informato sul prezzo, pare che la serenità st’anno sia oggetto di embargo. Al massimo qualche statuetta del Duomo.Di.Milano, con su il “ricordo di un dente“: priceless.

Ora io questo bel ricordo devo conservarlo da qualche parte, che se lo rimetto nella scaffalatura finisce che si rovina e perde definitivamente quel sapore nostalgico che tanto lo caratterizza. E allora lo lascio scritto qua, a perenne ricordo del fatto che son stato giovane (regazzino, direi) e spensierato anche io. O almeno fino a quando avrò i soldi per rinnovare l’hosting, insomma. E mi permetto anche il lusso di lasciarvi gli auguri, perché c’è di buono che gli auguri migliori son quelli fatti agli sconosciuti, che se li pigliano e portano via, e ci fanno il cazzo che vogliono: che a quelli che conosci da una vita gli sei andato di traverso, alla lunga, fidati.

Ma non prendeteci l’abitudine. Con affetto, il vostro [amato|odiato|indifferente] Clock.