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Work around

| 2 febbraio 2009 | 13 commenti » | contestualmente, psicologicamente

Post: Cambio lavoro

Sto seriamente valutando l’ipotesi di cambiare lavoro. Ora qualcuno potrebbe preoccuparsi, certo, ma mi pare opportuno specificare che parlo del secondo lavoro: il primo, quello di parassita della società, me lo tengo stretto, non preoccupatevi inutilmente. No, scherzo, non sono un parassita della società: pago regolarmente le tasse, corrispondo all’erario il corrispettivo richiesto per non guardare mai la televisione, lascio passare le signore anziane alla cassa del supermercato, lascio passare le signore alla cassa del supermercato, non importuno la cassiera del supermercato (specie quando si chiama “Davide“), infrango raramente la legge e – comunque – alla fine raccolgo sempre i frammenti, sono educato (ma esistono parassiti educati, lo sappiamo) e mi faccio spesso il bidet (ecco, parassiti che si detergono abitualmente, invece, non ne conosco).

A parte gli scherzi, cambiare lavoro oggi è davvero un problema. Innanzitutto il concetto di cambiare lavoro presuppone l’esistenza di una occupazione precedente, requisito che è diventato più raro – in termini statistici – della possibilità di trovare un’impiegato normale nel mio ufficio. E vi assicuro che nel mio ufficio siamo tutti più o meno al mio livello, a parte qualche mattonella non proprio in piano.

Poi, ovviamente, un nuovo lavoro devi trovarlo. Non lo vendono più in confezioni monoporzione alla COOP, scordatelo. Ci vogliono agganci, conoscenze, spinte, una discreta prestazione sessuale non guasta (e non pensare di cavartela per il solo fatto di essere un sessantenne prossimo alla pensione, ormai i datori di lavoro non hanno più dignità!) e la rinuncia a ferie, festività, integrazioni retributive, benefit, straordinario pagato, tredicesima e quattordicesima, pausa caffè, uso dei servizi igienici, aria. Chiaramente lo stipendio sarà parametrato al costo della vita: il particolare secondo cui la valutazione viene fatta sula base del livello medio salariale del Burkina Faso è scritta in Arial 6pti, diciottesima pagina, capoverso ZB, comma 2, dell’appendice alle clausole, ovviamente come nota; contemporaneamente, in carta calcante, firmerai anche una liberatoria sull’uso indiscriminato delle tue parti molli in caso di necessità aziendali.

Inoltre, non ci si può inventare saldatori quando la nostra formazione scolastica ci ha chiaramente condotto ad ottenere la piena conoscenza della storia del Peloponneso, ma solo quella. Ne si può sperare che un gommista di Segrate arriverà un giorno a scrivere su un quotidiano come corrispondente dall’estero (almeno non restando a Segrate, ovvio). Dunque, cambiare proprio tutto tutto è ben difficile, e spostarsi semplicemente di piano passando alle segreterie… non vale. Conosco solo un ex-macellaio che è diventato killer su commissione, ma ovviamente non fa storia (seppure miete vittime).

Che poi al mio lavoro ci sono affezionato, direi come un gatto alla propria lettiera: l’unica differenza è in quello che io faccio al lavoro e in quello che il gatto fa nella lettiera. Non mi sognerei mai di cospargere il mio software di sabbia, insomma. Però il topo per il gatto lo uso quotidianamente, perciò la lettiera come metafora del lavoro può anche starci. Tra l’altro, sono allergico ai gatti, ma – ringraziando il cielo – non al lavoro. Forse perché al lavoro non ci sono gatti.

Eluana

| 14 novembre 2008 | 5 commenti » | contestualmente

Post: Eluana

Eluana Englaro sarà lasciata libera di concludere la sua non-vita con la morte.

Qualsiasi cosa si possa sostenere in merito, oggi hanno perso tutti.

Il padre di Eluana ha perso una figlia, e l’arroganza di chi sostiene che in realtà questo era già accaduto sedici anni fa, denota solamente una crudeltà priva di qualsiasi significato: essere padre di un cadavere cerebrale, che sai essere carne della tua carne, è una esperienza che non può non segnare la tua vita, e nel peggiore dei modi; e lo farà per sedici lunghi anni, anni di battaglie e scontri, contro l’opinione pubblica, contro le idee di uomini che padri non sono (o al limite è meglio che non si sappia) e che pretendono di essere depositari della risposta giusta a qualsiasi interrogativo, contro la legge (o la sua presunzione), e anche contro se stesso – suppongo – perché voler sopprimere un figlio non è una questione su cui ci si mette l’anima in pace tra un pacco ed una estrazione del lotto. E nemmeno snocciolando un rosario.

La Chiesa ha perso la sua battaglia, sostanzialmente incentrata nel tentativo di dimostrare che la vita dell’uomo può essere schematizzata nella raccolta di dieci massime di saggezza chiamate Comandamenti: “interrompere l’alimentazione significa uccidere, palese violazione del quinto comandamento“. Violazione perpetrata nella storia anche da chi, di quel comandamento, si è fatto portavoce, e – quotidianamente – da persone che lo fanno di professione, il violatore di quinto comandamento. Peraltro, contestualmente si è persa anche l’ennesima eccezionale occasione per provare a tacere. Ad ogni modo, vivo nella speranza che taluni personaggi possano personalmente constatare la qualità della vita raggiunta a seguito dell’installazione di un sondino nasogastrico per alimentazione, rendendomi eventualmente disponibile ad idratarli.

Eluana ha perso, ha perso la sua battaglia contro la vita; e lei si che lo aveva fatto sedici anni fa, quando la corteccia cerebrale l’ha abbandonata, devastando l’unica cosa che ci distingue da una formica, o da una scatola di cioccolatini: il cervello. Nessuno saprà mai cosa (e con quali strazi) quel corpo immobile ha provato per tutto questo tempo: per quanto ne sappiamo, potrebbe aver sofferto i più atroci dolori e non essere riuscita a manifestare nessuna volontà, in quanto priva degli stimoli fisici per farlo. Questo ci dimostra come il corpo umano sia costituito da meccanismi di una atrocità unica: ci mantiene in vita nonostante la morte si sia già impossessata della nostra essenza, oppure ci abbandona mentre siamo nella massima espressione della nostra ragione.

Il sistema giuridico ha perso, perché forse questa era davvero la migliore occasione per dimostrare la maturità di un impianto che non ha – evidentemente – sistemi e metri di giudizio idonei alla questione: è come se decidessi della vita o della morte del mio cane ormai ridotto al lumicino, chiedendo l’autorizzazione all’impiegato dell’ufficio postale, e – una volta ottenuto il suo rifiuto – mi rivolgessi al Direttore per i ricorsi del caso. Grottesco. Di più: la decisione crea ovviamente un importante precedente, dal momento che nel caso specifico non è possibile nemmeno parlare di eutanasia, mancando il presupposto primo (l’espressione di volontà del paziente), e perciò potendo riassumere il tutto in “dichiarazione del diritto di morte“. Cosa che peraltro – a mio avviso – rinvigorisce la legislatura di uno Stato maturo e moderno: ma siamo sempre in Italia, e la fenditura aperta dalle decisioni sull’affaire Englaro tra il mondo civilizzato (o civilizzante) e la Chiesa, non passerà inosservata.

In tutto questo, potremo fare una dignitosa figura se ora riconoscessimo a quest’uomo ed a sua figlia, alla loro famiglia ed al loro dolore, il sacrosanto diritto di chiudere la questione senza insistere con l’accanimento mediatico che – sicuramente – la nostra pochezza di valori, invece, non gli risparmierà. Perché una morte in diretta, dopo una non-vita al buio, di certo le telecamere non se la faranno sfuggire. Vergogna.

Leggi di compensazione

| 12 settembre 2008 | 11 commenti » | personalmente

Post: Compensazione

Di bello c’è, in questo mondo, che per quanto uno non sia disposto a crederlo, ogni cosa che ci accade nasconde risvolti positivi e negativi: che magari si manifestano in tempi diversi, e in forme diverse, e su due piedi non riesci nemmeno a trovarci un nesso, eppure è sempre così.

Insomma, tanto per fare un esempio, quelli che per qualche motivo non sono riusciti a salire sull’aereo che si è schiantato pochi istanti dopo il decollo, a mio avviso saranno stati quantomeno contrariati per l’accaduto: eppure, sono altrettanto certo che qualche ora dopo erano li a ravanarsi sontuosamente le parti basse per la sventata prematura scomparsa. Anche chi non è fisiologicamente dotato di queste parti basse… infatti mi chiedo spesso come possa una donna grattarsi le palle, anche solo figurativamente… è uno scempio.

Ne avrei altri di esempi, ma mi pare poco utile tediarvi ancora, senza che peraltro dobbiate riconoscermi nulla in cambio di questi miei preziosi servigi: se aveste almeno la cura di fare un click ogni tanto, non dico sempre, ma ogni tanto, su quella dannata area della colonna di destra che riporta pubblicità di viaggi meravigliosi, oggettini per la vostra lei, proposte di incontri, last-minute e cadaveri squisiti, notereste senz’altro un netto miglioramento della qualità media di queste letture. Ma voi niente. Grazie lo stesso.

Mi vien solo da pensare che dovrebbe esistere una qualche legge scritta (o meno) che in funzione della durata del periodo di cacca che affronti, o dell’intensità negativa dell’accadimento che ti ha segnato, dovrebbe sancire una sorta di diretta proporzionalità con la cosa buona che ti sta per accadere. Che – per fare un esempio – io dovrei tranquillamente rischiare di vincere al SuperEnalotto, domani. Oppure fare una vacanza di tre mesi circondato di sole palme, cocchi, ed altri orpelli (anche di natura umana, percarità) pensando solo a: 1) immergermi regolarmente in acque limpide e accoglienti; 2) decidere il menu per colazione, pranzo e cena; 3) recarmi saltuariamente alla consumazione di bevande fresche in un bar situato nel mezzo di una immensa piscina; 4) dormire e riposare; 5) divertirmi. Non è poco, lo so, ma è sempre meno del SuperEnalotto.

Nel frattempo, si lavora. (e magari si comincia a preparare il piano ferie… così… per portarsi avanti con il programma…)

Condannati a governare

| 22 febbraio 2008 | Commenti disabilitati | politicamente

Siamo indubbiamente in presenza di un paradosso della democrazia contemporanea.

A destra e a sinistra ci si prodiga per fare in modo che nessun condannato in via definitiva possa partecipare alla futura legislatura. L’ha detto Veltroni, l’hanno ribadito Fini e Bondi (anche se con le dovute osservazioni del caso), Di Pietro lo sostiene da un bel pezzo, Grillo è paladino di questa iniziativa da tempo immemore.

Quindi, se non ho capito male, non avere un condannato in Parlamento è ora divenuto un virtuosismo, poichè non c’è modo o legge che – attualmente – lo possa impedire.

Lo so che è così, ma qualcuno mi dica che non è vero.