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Memorie di un esame clinico

| 30 settembre 2008 | 28 commenti » | contestualmente, umoristicamente

Post: Esame

Potevano esserlo. Memorie, intendo, di un esaminato deceduto. Per la troppa sofferenza, ovviamente. Avete presente quando vi viene estratto un dente senza aver preventivamente praticato una anestesia locale? Troppo poco. E se vi aggiustassero una scapola fuoriuscita dalla sede quando siete ancora abbastanza svegli da percepire il tipico rumore del legamento che ritorna a posto? No, ancora non ci siamo.

Il fatto è che certi esami andrebbero proibiti per legge: come si può autorizzare una pratica che, nel tentativo di diagnosticare una patologia non mortale, possa potenzialmente indurre il paziente alla morte?

Caro lettore maschio, insomma, il giorno che ti verrà richiesto di fare un tampone endouretrale, cerca di trovare un modo per evitarlo. Te lo garantisco, mi ringrazierai per questi preziosi suggerimenti.

Il concetto alla base della sofferenza è piuttosto semplice: da quel nostro aggeggio, da che mondo è mondo, io ho visto solo uscire roba, perlopiù per motivi fisiologici, ma anche in seguito ad intenso piacere. Nulla che avrebbe mai potuto far minimamente sospettare che, invece, l’uomo aveva studiato il modo per infilarci qualcosa: anche roba di poco, insomma, lo spazio è quel che è.

Diciamo che il primo dubbio si materializza quando l’esaminante (donna, baffuta, sempre, piaciuta) ti apostrofa con parole dolci: “Se lo massaggi…“. Lo sgomento si impossessa di te: “non dovrò mica fare dei vergognosi onanismi qui, davanti a lei…” mormori tra te e te… ma l’esaminante, professionista di esperienza pluridecennale, ha già capito dove vuoi arrivare ed aggiunge, con il sogghigno tipico del piece-of-shit: “…ma non così energicamente…“. Oh, bene, devo semplicemente dargli una sfrugugliata, sicchè.

Insomma, dopo un po’ che sei li – appunto – a sfrugugliarti il pacco regalo, la vedi (l’esaminante) che si gira verso di te con in mano un contenitore del tutto innocuo, con dentro un paio di cotton-fioc la cui misura ti sembra spropositata anche per la cavità del tuo orecchio.

Esaminante: Ora si stenda e respiri con una certa profondità, ma non acceleri troppo, soprattutto non contragga i muscoli del corpo, non chiuda gli occhi, non serri i denti, inspiri con il naso ed espiri con la bocca, cerchi di stare fermo, non faccia scatti repentini, durerà solo quale istante (diciamo tre istanti, n.d.r.).
Clockwise: Se può ripetermelo, per cortesia, mi son distratto alla faccenda dei denti…
Esaminante: Preghi. Solo qualche istante.
Clockwise: Mi può suggerire qualche preghiera?
Esaminante: Atto di dolore.
Clockwise: … capisco.

Il resto è inenarrabile. C’è di buono che alla seconda operazione, solitamente, svieni. E ti risvegli circondato da numerosi camici bianchi che tentanto di rianimarti nei modi più curiosi: chi a schiaffi, chi a colpetti sulla spalla, chi impiccandoti per le gambe, chi – semplicemente – dicendoti all’orecchio “guarda che ricominciamo, eh…“. Maledetti. Perlomeno hanno finito.

Il decorso, poi, è quello che è: non potrai pisciare tranquillamente per qualche giorno, ti troverai a camminare a gambe divaricate come accade – tipicamente – ai carcerati dopo la prima doccia, avrai strani sogni con protagonista una esaminante (donna, baffuta, sempre, piaciuta), e ti troverai a respirare affannosamente anche appena sveglio. Un buon quadro, inutile dirlo.

Il mio consiglio è uno solo: senza indagare troppo se la malattia di cui dovreste essere affetti è presente o meno nel vostro organismo (diciamo così)… fatevi curare lo stesso. Fidatevi.

Del bucato e dello stiro

| 12 agosto 2008 | 22 commenti » | personalmente

Post: Stirare

Ho creduto, per lungo tempo, di non essere esattamente classificabile nel genere vertebrato, sottogenere umano, specificatamente maschio adulto. Non che esista un vero e proprio stereotipo, del maschio, magari del maschio italiano si, ma insomma, per come la volevo vedere io, evidentemente, c’era qualcosa in me che da quel sottogenere mi faceva sentire escluso.

No, non era certo l’indossare mutandine rosa di pizzo, cosa che peraltro ha sempre stuzzicato la mia fantasia, ma a questo è rimasta confinata. E non era nemmeno il fatto che qualche volta usassi i dischetti levatrucco per pulirmi le dita dalle macchie di inchiostro: del resto pensavo servissero a quello, prima di scoprire che tutto sommato non servono a nulla!

In verità il tutto era determinato dal fatto che a me piacesse stirare. Piacesse… in realtà piace tuttora, anzi, è divenuto – recentemente – quasi un modo per rilassarmi e pensare ad altro! Che ora già me lo vedo, tutte a dire: “ohibò, ragazzo (beh, grazie, ma magari fossi ragazzo…), c’è qui una montagna di panni asciugati pronti ad essere ordinatamente stirati…“, chiaramente non lo faccio di professione, ma a differenza del maschio medio italiano (e qui gradirei smentite che confermino questa indagine qua) non mi tiro indietro davanti ad un ferro da stiro.

Con la lavatrice, invece, ho un rapporto più conflittuale: non ci piacciamo a vicenda, io la trovo troppo metodica e rumorosa, lei evidentemente si fida poco di me e molto spesso si rifiuta di completare i miei lavaggi, mostrando sul display strani messaggi di errore, concludendo solitamente il tutto con un banale “FILTRO INTASATO“. E poi c’è tutta quella storia del detersivo, dell’ammorbidente, del disinfettante, della pallina, degli scomparti, della centirifuga, e l’antipiega, e lo stiro-facile, e il lavaggio ECO… insomma, una serie di variabili che per trovare la soluzione al sistema di equazioni necessario per individuare il corretto lavaggio di un paio di calzini, o ci vuole Einstein o ci vuole una donna. Disgraziatamente, appunto, non appartengo a nessuna delle due categorie.

Il ferro da stiro, invece, ah, quante soddisfazioni! Basta caricarlo con un po’ d’acqua, accendere, attendere che la pressione del vapore salga in caldaia, e prepararsi a stendere un velo (talvolta pietoso) su qualsiasi cosa ti passi sotto mano, dall’asciugamano al tovagliolo, dalla mutanda (sempre difficilissima da stirare, tanto che spesso – e volentieri – soprassiedo) al calzino, dal pantalone alla gonna a balze (che non indosso io, ricordo), dalla maglietta di cotone a quella elasticizzata che, si salvi chi può, non deve MAI essere stirata direttamente, altrimenti sgualcisce, ma attraverso l’uso di una pezza di cotone apposita che, frapposta tra il capo di abbigliamento e la piastra rovente del ferro da stiro, addolcisce l’effetto stirante e conserva magnificamente il capo in oggetto.

Poi ci sono le tecniche di piegatura, un po’ più complicate da spiegare, a parole. C’è comunque chi stira il lenzuolo già piegato, dandogli la famosa “acciaccata”, c’è chi invece (come il sottoscritto) lo ripega correttamente in due parti stirando via via il telo così come si presenta, tecnica “dicotomica” per eccellenza, c’è chi non lo stira per niente (e tutto sommato non commette alcun tipo di reato), c’è chi lo stira direttamente sul letto, c’è chi se lo fa stirare dalla donna di fatiche (o – può darsi – uomo di fatiche). Aborro, personalmente, l’uso di appretti o altre amenità atte solo a donare alle camicie quella innaturale posa da manichino pietrificato: eppure no, non sono state fatte a Carrara!

Beh, comunque, per farla breve, stanotte mi sono stirato un bel mucchio di articoli di tessitura di vario tipo, tra i quali, ahimè, non comparivano le già citate mutandine rosa di pizzo: cosa che mi ha lasciato un po’ interdetto, ma che potrà essere risolta in men che non si dica. Sto uscendo per andare da Intimissimi, infatti.