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Accorgersi

| 3 settembre 2008 | 16 commenti » | personalmente

Post: Accorgersi

Temo di aver frantumato, negli ultimi tempi, ogni infinitesima scatola (perchè il termine tecnico “testicolo” mi pareva fuori luogo) dei quasi quaranta lettori che – più o meno quotidianamente – affollano questo posto. Anche di quelli non dotati di tali attributi, si, gli son cresciuti e si sono distrutti… Non sono uno che scrive una volta al giorno quel che gli passa per la testa, ne tantomento ne fa romanzi da rilasciare a capitoli con cadenza settimanale; ma, ed è inutile negarlo, in questi ultimi tempi, alla diradata frequenza con cui (giust?)apponevo le mie parole su questo spazio, si è andata aggiungendo una vena malinconica che non può non avervi giustamente annoiato.

Ed ha annoiato anche me, in sincerità, ve lo devo confessare. Ci sono momenti, nella vita, in cui le persone – per vari motivi – si fermano a riflettere un po’ sulla loro esistenza, su quel che hanno fatto e su quello che possono o devono ancora fare. C’è chi lo fa in prossimità di una elezione a Capo dello Stato, chi nell’attimo di ricevere la pergamena Universitaria, chi la mattina quando si alza, e anche chi – in tutta la sua vita – ha avuto la fortuna (o la sfiga) di non farlo mai, perchè ha potuto vivere l’ebbrezza (!) di un’esistenza con il culo sul burro, la strada pianeggiante, le verdi vallate, e tutta una serie di altre menate che conoscerete meglio di me. C’è anche chi lo fa in momenti meno felici, è vero, e così tende a farsi una strana concezione del tempo passato, intravedendolo come percorso fallimentare verso una situazione che magari non è così rosea, e giù a far considerazioni pessimistiche su ciò che lo attenderà. C’è chi è rimasto scottato dall’acqua calda, ed ha paura a toccare pure la fredda. C’è chi è stato beffato, e ora vede intorno a se solo persone che vogliono beffarlo ancora. C’è chi ha perso cose e ora vuole ritrovarle.

Ma il fatto è che la natura umana, dall’appartenenza alla quale non ho alcuna intenzione di sottrarmi, ha lo straordinario vizio di rendersi conto troppo tardi delle cose belle che ha perduto, o che non ha voluto sperimentare fino alla loro fine. A me è successo un paio di volte, l’ultima un bel po’ di tempo fa, direi sempre in situazioni piuttosto tristi e dolorose; e da allora ho capito che per quelle cose (fintanto che esisteva la più remota possibilità di riagguantarle) potevo e dovevo invece combattere fino a quando ne avevo forza: non è detto che avrei avuto successo, ma almeno avrei tentato. Questo è un insegnamento che m’hanno lasciato i miei cari, ma – tutto sommato – suppongo me lo potesse lasciare qualsiasi persona di buon senso. E per questo mi spiace per chi raggiunge questa consapevolezza in tempi dolorosi, quando ciò che di bello c’era è svanito e – ahimè – probabilmente irrecuperabile. Sarà lacerante, purtroppo.

Così, tutto preso in uno di questi momenti (che io sono uno che – più o meno – ogni lustro fa, o è costretto a fare, un check-up della propria vita) ho pensato che, ad esempio, questo blog così proprio non va. Il che è una cosa che mi fa pensare un po’, visto che il blog non si fa da solo, visto che ’sta roba qua ce la scrivo io, e se io non giro lui non gira, e se io sto in quei giorni li (pur non avendone diritto, mancandomi le ovaie) anche lui – povero disgraziato – si trova in un periodo di forte scombussolamento ormonale (che per un blog equivale a problemi con la banda, se tanto mi da tanto): pur essendo un esercizio possibile, infatti, trovo davvero difficile che una persona riesca a descriversi su un blog personale come una faccia completamente diversa della stessa medaglia. A meno che non sia un gemelli.

La verità è che il blog non va perchè chi sta dietro le quinte ha smesso di manovrare, da un po’, e sta perdendo di vista quella cosa meravigliosa che è il sorriso, angosciato in un alone di misantropia da far spavento! Ecco, questa è una cosa per cui combattere, perchè – consentitemelo – una vita vissuta in cotal maniera è una vita di cacca. Si, la cacca, argomento di cui poco si è parlato ma che nasconde (oltre ad un’infinità di batteri) anche un miriade di retroscena non banali, giacchè concentra in se gli scarti della nostra esistenza in vita, e non mi sembra poco. Le dedicherò la giusta attenzione prossimamente, promesso, per vostro sommo gaudio, insomma.

Ora, in grazia di dio, attendete quantomeno che esaurisca le mie preziose ferie per poter nuovamente godere di qualche sprazzo di lucidità, anche perchè ora sto dedicandomi ad una attività per la quale – vi assicuro – qualsiasi sforzo in vita non sarebbe mai abbastanza, specialmente ora che è rimasta l’unica cosa veramente importante (per il resto, perchè ci sarà nuovamente un “resto”, fortunatamente, si tratta solo di rimboccarsi le maniche e ricominciarne un altro). Vi dico solo che, in questo momento, mi guarda da lassù

P.S.1: Non sono improvvisamente diventato mistico, “lassù” significa tante cose, eh!
P.S.2: Sia ben chiaro che la battuta sui gemelli è per tutti quelli che si son letti questo (o meglio i commenti). Mi raccomando.

Ciao, quanto tempo!

| 13 marzo 2008 | 10 commenti » | psicologicamente

Ricordarsi delle persone è una qualità.

Tu le conosci e frequenti per tanto tempo, condividendo la stessa scuola, lo stesso posto di lavoro, la stessa mensa, lo stesso letto (beh, cosa c’è di male?); poi, come nella natura delle cose, ci si perde di vista: che tu cambi scuola, che loro cambiano lavoro, che la mensa chiude, e che il letto si sciupa (a suon di dargli, eh).

Ma, si sa, il destino ha già un disegno ben preciso per noi, e capiterà – prima o dopo – che ti troverai nuovamente di fronte a quelle persone, ma la scuola sarà diversa, il lavoro cambiato, la mensa sempre chiusa e il letto ormai già occupato.

Il bello arriva adesso, perchè l’intelletto (…) che governa le tue azioni quotidiane, in quei momenti si prende una pausa di rilfessione, mandando gentilmente a cagare i tuoi immani sforzi di riportare alla mente chi fosse e cosa facesse la persona che hai testè incontrato. Del resto ora, a distanza di anni, nel tuo cervello alberga solo del liquame confuso di immagini (vabbè, contorni) e ricordi, e saresti persino in grado di scambiare tua nonna per Madre Teresa di Calcutta (qualora entrambe fossero ancora vive e riconoscibili), visto che l’ultima volta hai confuso tua sorella con Licia dei Bee-Hive. Se poi il destino ti gioca l’infausto scherzo di far anche somigliare tra di loro le fisionomie di vari personaggi del tuo non più recente passato, allora il dramma è compiuto, e irrimediabilmente tu sbaglierai persona.

Il che si configura come possibile disastro se i sessi (il tuo e il suo, n.d.r.) non sono omogenei: perchè va bene confondere il compagno di banco con il fioraio (tanto ti stavano sul cazzo entrambi, diciamocelo), ma scambiare l’impiegata di banca con l’ex-collega di dieci-anni-fa, può avere le sue controindicazioni.

Ecco quindi, trovandosi in simili condizioni, un elenco semplice di cose da non dire | non fare | non pensare che andranno bene tanto nel caso in cui sarete riusciti a compiere un match esatto tra la figura che vi si staglia davanti ed un vago alone presente in RAM, quanto nel (disastroso, ripeto) caso contrario.

Baci e abbracci: scordateli. Una stretta di mano è più che sufficiente.

Le motivazioni sono chiare: lo scambio di effusioni di siffatta entità è giustificabile solo a fronte di una adeguata conoscenza interpersonale, il che potrebbe non contemplare il semplice “andare a prendere l’estratto conto una volta al mese” o roba del genere; e lei, potrebbe rimanerci davvero male.

Mai pronunciare la parola “marito”. Abolire locuzioni del tipo: “come sta tuo marito?” e “ogni tanto vedo tuo marito…”

A prescindere dal fatto che tu sia libero o meno, e che tu ci stia provando o meno, parlare del marito sarà in ogni caso sbagliato. Profondamente. Se questo marito esiste, ti ha tagliato le gambe in partenza; se non esiste, indurrebbe nel soggetto femminile un ragionamento ciclico sulla motivazione della domanda, che la spingerebbe al collasso. Poi che te ne fai di un ammasso di carne molliccia, che nemmeno ti ricordi il nome?

Lascia perdere l’aspetto fisico. “Ti trovo dimagrita!” è da escludere. “Ti trovo meglio!” è da valutare: se è un tricheco – comunque – dimenticatelo.

Qualsiasi osservazione sull’aspetto fisico sarà in ogni caso ricondotta al percorso cognitivo esclusivamente femminile del ^se ora mi trova meglio vuol dire che prima ero un cesso^, il che implica due cose: 1) che la femmina non si sbaglia, pensando così; e 2) che non è detto che si sia elevata dalla condizione di cesso. In ogni caso sei stato sgradevole, e – fermo restando il tentativo di approccio di cui al punto precedente – le tue speranze si stanno riducendo al lumicino.

Accorgendoti di aver commesso il miserabile equivoco circa l’identità del soggetto, NON AMMETTERLO. Non in sua presenza.

Perchè, mi sembra chiaro, significherebbe dirle: e chi si poteva ricordare di un cesso simile? E’ meglio lasciarle credere che tu sei pazzo, tanto – con le probabilità che ci sono in giro – al massimo la incontrerai nuovamente tra 8 anni, e per allora queste poche regole le avrai senz’altro imparate.

Per dire: Vanessa (impiegata di banca, n.d.r.), stasera, quello sul minimetrò ero io, e t’ho proprio confuso con Ilda (ex-collega di dieci-anni-fa, n.d.r.): e stai contenta che non t’ho chiesto del figlio… :-|