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L’io si fa io nel tu

| 12 novembre 2008 | 14 commenti » | psicologicamente

C’è chi vive la solitudine in modo negativo e ne fa una malattia: sbaglia. Ora non voglio dire che sia bello starsene esclusi dal mondo e costruirsi un’esistenza basata esclusivamente su se stessi. Anche perché ciò si configura più come eremitismo, e sono il primo ad ammettere che una vita passata “da soli”, da asceta isolato da tutto e tutti, è una vita di cacca, senza grandi soddisfazioni e decisamente piatta. E al mondo non esiste nulla di piatto e bello contemporaneamente, che io sappia.

Ma io intendo una solitudine diversa, fatta di silenzi di riflessione e di piccoli spazi di autonomia, tipo tre giorni ad Amsterdam, o una settimana senza televisione, o una domenica senza partite, ma anche un notte senza quello di sotto che copula vigorosamente noncurante delle urla strazianti che produce la sua donna: quelle piccole cose che permeano la quotidianità e senza le quali abbiamo un po’ di spazio e tempo da dedicare a qualche piccola o grande riflessione su noi stessi. Alcuni hanno questi momenti sulla tazza del cesso, e li non è che escano grandi riflessioni: anche perchè tutto ciò che di grande può uscire stando seduti su un water, non può che procurare immenso e incontenibile dolore.

Però, certo, non bisogna approfittarsene, appunto. Anche perché, avere qualcuno con cui dividere l’esistenza è una cosa da provare, credetemi. D’altronde è fin troppo facile combattere con se stessi, poichè si finisce inevitabilmente per avere la ragione: avete mai visto qualcuno insoddisfatto per essersi fatto una feroce litigata con il proprio ego ed esserne uscito sconfitto? No, al massimo ho visto gente combattere con il proprio intestino pigro, o con la cataratta incipiente, ed uscirne inevitabilmente battuti: ma con se stessi, mai.

Dunque, se è vero come è vero – e come sosteneva Mounier – che questo benedetto io si compie esattamente io solo nel tu (e vorrei vedere chi di voi se la sente di mettere in discussione tesi così importanti), va da se che nella nostra vita, onde evitare di finirla miseramente come non-noi, dovremo concentrarci nella ricerca di questo benedetto tu che ci renda finalmente noi. E non è per niente semplice. Nemmeno scriverlo.

E due uova al tegamino, ad esempio, in cosa diamine si fanno due uova al tegamino? In una padella antiaderente?

Come gli anni di Cristo

| 4 aprile 2008 | 20 commenti » | psicologicamente

Ma potrei dire come i trentini che entrarono in Trento tutti e trentatrè trotterellando.
Non dimenticando che lo si sente dire dal dottore durante l’auscultazione: cortesemente, mi dica trentatrè.
E perchè non citare il numero di vertebre della colonna (vertebrale, appunto) dell’uomo: si, trentatrè anch’esse.
Dicono che sia anche il più piccolo numero intero che non può essere espresso come somma di numeri triangolari differenti, ma questo non mi consentirà di vivere un giorno di più di quanto devo.

Si, perchè a dispetto delle sciocchezze che pervadono ’sto posto, in teoria io oggi ci sarei arrivato, a questa fatidica soglia. Che poi, fatidica… con la doverosa grattata di amenicoli, se mi è permesso, spererei di aver miglior sorte del coevo antenato sacro (visto, peraltro, il mio esser profano).

Così, riflettendo un po’ sul fatto, sul facente, e sul da farsi, ho trovato che:

Nonostante padre, sono più figlio di mio figlio.

E questo, lo voglio sottolineare, è a mio avviso un gran pregio. Perchè, senza modestia, un padre vecchio (dentro e non fuori, o anche entrambi…) l’è una gran tristezza! Spero di aver ereditato questa qualità dal mio, e spero di conservarla intatta ancora per un po’, almeno finquando lui a sua volta non sarà altrettanto padre (ad arrivarci!!!!).

Seppure con episodi non rari di ipossia, si può ancora giocare a calcetto.

Poi, sulla qualità dei piedi, stenderei un velo pietoso. Ma se fossi nato Maradona, di certo non starei qui a scrivere. Non starei qui. Non starei. Non.

Ma a questa età ancora scrivi cagate su un blog?

E non solo, ora come ora uno e mezzo, quasi due, ma ne riparleremo più avanti… Sommati i commenti che vado lasciando in giro (tutti di qualità, ben inteso), diciamo che di parole ne ho bruciate abbastanza. Tanto che, giusto oggi pomeriggio, coniando nuovi termini con un collega (attività abituale, recentemente, nei nostri uffici: e non lavoriamo all’UTET, tanto per dire…), ci siamo accorti che ormai l’idioma iitaliano non ci basta più, che abbiam bisogno di una lingua morta da restituire alla vita, che tutte le parole che potevamo pronunciare le abbiamo dette, che potevamo scrivere le abbiamo postate, e che sapevamo le abbiamo usate. Non è detto che prossimamente non se ne faccia un sunto. Cioè, qualcosa c’è già

Ora, sto giusto pensando che l’autocelebrazione del proprio genetliaco, per di più a mezzo telematico, sia decisamente un’azione riprovevole. Però, lo dico in tutta franchezza, stigrandissimicazzi! Al punto che mi dedico pure una canzone – che adoro, ancor prima di Lost – e così sia (giusto per onorare il titolo)!

(che per chi mi segue altrove, significa che mi faccio le musiche da solo, ahahah… )