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La follia della donna?

| 2 ottobre 2008 | 29 commenti » | psicologicamente

Credo sia una sorta di malattia, che alcuni tendono ad identificare nel feticismo, ma no, non sono uno di quelli che sogna di fare sesso con il solo ausilio di sandali estivi da donna tacco 12. Anche se…

Tuttavia pare che quest’anno la moda volga a mio favore: la vetrina del calzaturificio qua sotto (del quale propongo una diapositiva, opportunamente ritoccata secondo il collaudato sistema dei rettangolini di censura© al fine di celare elementi distintivi che avrebbero potuto ricondurre ad una squallida pubblicità occulta) si è riempita, nella sezione dedicata alle calzature femminili, di scarpe da donna, appunto. Bella forza, direte voi. Certo, dirò io, perché non ricordate cosa diavolo ci avevano infilato in quella vetrina l’anno scorso!

Post: Scarpe

Senza nulla togliere alla comodità che ti può regalare una ballerina in vera pelle di camaleonte, o la durevolezza di un solido anfibio da Parà della Folgore, spero infatti che tu, donna, voglia convenire con me che l’eleganza e la piacevolezza visiva che ti regala un decolletè è difficilmente eguagliabile da un mocassino stile Luigi XIV, estratto di fresco dal baule della nonna (perché tanto quest’anno tornano di moda gli anni 60). No, mia cara ragazza, quest’anno c’è questa strana cosa che sembra vadano di moda le cose del 2008, salvo chiare ispirazioni al primo neoclassico – in virtù della totale assenza di richiami barocchi – tuttavia trascurabili.

E non metto certo in dubbio la praticità della ciabatta da appartamento o del più proponibile scarpino da jogging, purché tu ne sappia fare sapiente ed assennato uso, gioia mia. A quanto mi risulta, infatti, presentarsi ad un matrimonio in tailleur e carro armato Timberland e a tutt’oggi considerata una sgradevole mancanza di educazione.

Insomma, dicevo, ho questo problema che – pur non essendo donna – mi piacciono le scarpe da donna: ed ai maligni che stanno già pensando “indossarle?” riponderò, ovviamente, no, preferisco “regalarle“, anche se… Tanto per sfatare il mito che l’adorazione per la calzatura sia una patologia a puro appannaggio della parte femminile del nostro creato.

E, a quanto mi risulta, ci sono donne che apprezzano un certo tipo di galanteria. Se non fosse per quel che costano, avrei fatto razzia in ogni calzaturificio del territorio. Ecco: perché un pezzo di cuoio messo in forma di scarpa, con una soletta ed un tacco, deve costare un occhio della testa? Maledetti.

Frantumi

| 28 febbraio 2008 | Un commento » | contestualmente

Post: Frantumi

Quello che resta, alla fine, è solitamente una immagine disarticolata di elementi tutti fuori posto.

Ci sono pezzi di vetro, lamiere contorte, specchietti, pneumatici forati, peluches, occhiali, pezzi di fanale, guanti, sangue, borse, spazzole tergicristallo, cellulari, scarpe.

Scarpe. Sempre, sul luogo di un incidente stradale mortale, ci sono scarpe sul ciglio della strada, quasi intatte, ancora allacciate e poco poco scomposte, che fatichi a credere che si possano essere sfilate così, senza muoversi di un millimetro, ed aver rotolato per qualche metro e trovarsi li senza una ragionevole motivazione.

Qualche metro più in la, tra frantumi di vetri e lamiere, steso un po’ sull’erba umida e un po’ sull’asfalto ancora caldo e sporco, il corpo esanime e scomposto di chi fino a qualche momento prima indossava quella scarpa. E stavolta ti accorgi che, per arrivare li, deve averne fatta di strada, quel corpo.

L’asfalto racconta di motori lanciati, l’uno contro l’altro; di un’impatto improvviso, forse frontale, di sicuro a forte velocità; dello stridìo di pneumatico inchiodato a terra che striscia per qualche decina di metri; poi un altro schianto, e un altro ancora. Intanto, il primo urto non si è fermato li. E i veicoli ridotti ad ammasso di lamiere confuse, con il loro carico di morte e assurdià, ormai fuori dal controllo dei conducenti – probabilmente privi di conoscenza – si sparpagliano sulla strada. Urla strozzate, rotte dall’orrore. Il silenzio del terrore è spezzato solo dai continui urti e dal distinto rumore di vetri che scoppiano e lamiere che si contorcono. L’ultimo arrivato ce la fa per un pelo ad infilarsi in un fosso, non era il suo giorno. Un angolo di strada si trasforma in teatro di guerra, e sotto i colpi dell’artiglieria, cadono uno, due, tre, quattro, cinque vittime.

Quell’odore nauseabondo di gomma fusa, di olio motore misto a liquido di raffreddamento, sull’erba ancora fresca. Ossa che vanno in frantumi, schiacciate.

Il silenzio arriva, prima o dopo. Resta il lamento di sottofondo di chi forse ancora non è morto, ma lo sarà a breve. E con il silenzio arrivano i soccorsi, con le loro coperte in plastica blu, a coprire i cadaveri senza colpa, stesi esanimi su quel selciato.

Ci capiamo, io e te, perchè sappiamo bene che anche questa volta cinque persone hanno perso la vita, ma non sarà colpa di nessuno. E domani, forse, staremo qui a raccontare di altro asfalto, di altre scarpe sul ciglio della strada, di altri frantumi.