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La coscienza e la sua misura

| 4 novembre 2008 | 8 commenti » | psicologicamente

Post: Coscienza

Sfatiamo il mito che tutti hanno una coscienza: il mio gatto, ad esempio, ne è chiaramente sprovvisto. Certo, questo potrebbe dipendere in larga parte dal fatto che io non possiedo un gatto, ma ciò non toglie che è quantomeno poco probabile trovare un gatto in preda a crisi di coscienza per avermi fatto starnutire mezza giornata (perché si, sono anche allergico, ai gatti).

Ciò che mi inquieta, banalmente, non è certo la mancanza di coscienza nei felini, ne l’allergia alla quale ho mestamente fatto l’abitudine, quanto più il livello di codesto stato interiore connaturato negli umani che frequento abitualmente.

Vorrei dare per scontato il concetto secondo cui la coscienza è semplicemente quello stato d’animo che ti fa sentire una merda dopo aver perpetrato una attività che – almeno agli occhi dei più – può essere ritenuta esecrabile. Vorrei, ma non credo sia invece così scontato.

Certo, pulita come quella di un neonato/a, la coscienza non ce l’ha nessuno: abbiamo tutti quegli scheletri nell’armadio, grandi o piccoli, quelle azioni fatte chissà quando e chissà come, delle quali abbiamo avuto modo di pentirci. La discriminante, ovviamente, sta nella sensibilità umana: c’è chi considera poco coscienzioso guardare un film porno e c’è chi considera del tutto legittimo ingannare una persona. Fortunatamente non appartengo a nessuna delle due macrocategorie. Perciò mi sto scervellando nella ricerca di un parametro oggettivo per la valutazione del grado di coscienza di una persona. Alcuni mi dicono che non esiste.

In effetti, ancora non l’ho trovato, ma ho potuto escludere alcuni indicatori oggetto della mia investigazione:

  1. il livello di peluria distribuito nel corpo, non da indicazioni sulla coscienza di un uomo, figuriamoci di una donna;
  2. il colore dei capelli non costituisce indicatore affidabile, anche se chi è calvo (e, incidentalmente, miope) ha quasi sempre qualcosa da nascondere;
  3. l’uso della mutanda o del boxer è del tutto irrilevante, sebbene la completa rinuncia agli indumenti intimi da parte del maschio, in congiunzione con l’adozione frequente del jeans con zip come pantalone, nasconde una indubbia necessità di espiazione di qualche colpa;
  4. l’alito (ed i suoi sentori) ci dice molte cose sulla abitudini alimentari del soggetto, ma – ahimè – nulla che riguardi la sua coscienza.

Perciò, per il momento, continuo a fidarmi del mio personale metro di giudizio (credo come fanno un po’ tutti): secondo il quale, manco a dirlo, la mia coscienza è pulitissima.

Questioni di sensibilità

| 15 ottobre 2008 | 8 commenti » | personalmente

Ora, non è un gran momento, no? Intendo, aldilà della situazione di crisi economica mondiale, che è sotto gli occhi di tutti, poi ci sono anche quelle piccole e grandi noie che fanno parte della vita di tutti, no? Ok, non proprio tutti tutti, ma vogliamo dire la maggioranza? Ok, va bene, questi quattro sfigati.

E insomma, non è che uno sta li a spaccare le palle agli altri, quelli che invece i problemi o non li hanno o non intendono farsene una ragione. O peggio, sostengono che è meglio lasciar correre… e poi quando li risolvi, ’sti problemi? No, direi proprio di no, io almeno tendo ad affrontarli. Certo, sarebbe decisamente piacevole beneficiare di una dannata pacca sulla spalla, un sorriso, un “non ti ci faccio pensare per dieci minuti”, non dico tanto ma anche dieci minuti di allegria ti potrebbero giovare… Però, tutto sommato, uno si accontenta anche del vecchio e prezioso nulla, in periodi di magra, no?

Ecco, allora mi chiedo, a margine di tutte queste considerazioni: ma porca puttana, è così straordinariamente difficile riservarmi lo stesso trattamento? Essantoddio…