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Povero cristo non più cristo

| 3 aprile 2009 | 7 commenti » | psicologicamente

Post: Trentaquattro

E alla fine, quel cristo riuscì ad essere un po’ meno cristo. Riuscì a varcare la soglia dell’ignavia, come un neonato esce sanguinante dall’utero materno, beato nel suo liquido amniotico caldo e sicuro che lo nutriva e proteggeva, per affrontare il mondo che di caldo e sicuro non ha proprio niente. Nemmeno il conto in banca, o il posto statale, o quelle assurdità che chiamiamo certezze.

Guerra. Sacrificio. Della vita pensava di aver assaggiato l’amaro e lo sciapo, il brutto, lo squallore e il nero, soffrendo e perdendo. Il fondo non esiste, è un’illusione che l’uomo si inventa per la paura di cadere ancora più in basso, di mostrarsi debole e pessimista. Il fondo è fragile, una volta raggiunto si sgretola e apre un nuovo baratro, un nuovo dolore, un nuovo fondo. E la vetta non esiste, è eterea, chiunque sano di mente pensi di averla raggiunta dovrà prima o poi accettare che c’è un altro gradino che porta più in alto.

E fu così che il cristo scese dalla croce, imprecò, riprese vita, la cambiò, si accorse che anche i ladroni erano poveri diavoli e diede loro una mano a redimere i loro peccati. Come se nel peccato ci fosse qualcosa da cui dover essere redenti, come se qualcuno potesse giudicare cos’è peccato e cosa no, come se pregare il tuo gesù insieme ad altri mille fosse buono e giudicare questi mille con dieci regolette pure: e invece no.

È che anche il cristo c’aveva i suoi limiti, povero diavolo. Sentirsi sempre melanzana al banco frigo, confuso tra gli altri ortaggi, anonimo nella sua appartenenza ad un genere e così troppo simile ai suoi simili: era diventato davvero insostenibile. Aveva grandi sogni, lui: diventare sontuosa parmigiana, eccellere per amarezza e gusto, farsi cucinare da Vissani, sentirsi pasteggiato con un ottimo Traminer del Trentino, che non son cose da poco, per una melanzana. Ma anche andare a male degnamente, fiero del suo avvizzirsi, senza nessuno che lo tagliasse a fette sottili per poi accorgersi che in fondo era un po’ passato e gettarlo nel cestino. Che un cestino non la meritava, quella melanzana.

C’è che poi a trentaquattro anni, oggettivamente, non si è più un cristo. E anche come melanzana, diciamocelo, è un po’ poco.

Arriva il giorno

| 17 febbraio 2009 | 17 commenti » | personalmente

Post: Giorno

Prologo

Dovevi capirlo che la vita non era così come l’avevi immaginata. No, hai fatto di peggio, hai proprio immaginato la vita, hai visto cose che non esistevano, hai creduto così fortemente a quel che avevi sapientemente decorato intorno alla realtà dei fatti che l’hai fatta diventare una nuova realtà. Ma nella tua immaginazione. Bella, eh, non c’è che dire. Quasi perfetta.

Ci hai messo troppo impegno, troppa dedizione, troppi sacrifici anche, che il sacrificio fa parte del mestiere di vivere, questo lo sappiamo entrambi, ma vale la pena sacrificare una vita per la vita? No davvero, vale la pena sacrificare la tua vita per un’altra vita, che non sia quella di tuo figlio o del sangue del tuo sangue?

Perciò hai scelto la strada che reputavi migliore: non per te, certo, ma per il disegno. Hai costruito ed inseguito le tue aspettative – naturale – facendo diventare tuo quello che in realtà è sempre stato di altri, è sempre stato suo. Solo suo. Ed hai sbagliato: come l’uomo sbaglia, hai sbagliato anche tu. Ripetutamente.

Ed hai inevitabilmente finito per idealizzare tutto, e per farti andare bene anche l’intollerabile, purchè soddisfacesse il disegno, purchè ti garantisse equilibrio e stabilità, purchè assecondasse la tua effimera tranquillità: i suoi gesti, le sue parole, le sue azioni. Ecco, la sua vita.

Poi arriva il giorno in cui apri gli occhi.

Epilogo

E così arriva il giorno che la sua sgradevole supponenza nel dirti le cose ti scivola addosso, che pensi “e dunque?” di fronte all’ennesima provocazione, e che il suo odiosissimo “fare superiore” ti appare esattamente nella sua penosità di fondo. Ma non è immediato, lo ragioni solo dopo. Solo dopo aver visto la vita con occhi diversi, che in fondo sono solo i tuoi occhi, prima annebbiati dal sentimento, dalla quotidianità, dal conformismo e dalle innegabili necessità di sopravvivenza.

Ora invece è nuda, ogni suo gesto percettibile, ogni espressione evidente, ogni parola soppesabile, ogni azione ineludibile e – cosa meravigliosa – quell’essenza prima celata ora non è più nascosta ne trascurabile, ora vedi tutto così com’è. Forse non lo sai ma la tua vita inizia adesso, adesso che vedi le cose come stanno e non come te le sei sempre immaginate.

Arriva il giorno che prendi la tua vita in mano e la guardi. E’ bella.

Lettera a un amico che può (deve) trovare una soluzione

| 10 febbraio 2009 | 10 commenti » | contestualmente, psicologicamente

Hai presente quando una mattina ti svegli e il primo dubbio che ti assale è “che cosa ci faccio io qui“? Ci sono esperienze che te la insegnano questa roba qua, sai? Tipo quando completamente ubriaco una tua amica ti ha gentilmente accompagnato a casa sua e depositato sul divano con una graziosa copertina a quadri. Poi ovviamente lei è andata a dormire dall’amica, consapevole del rischio che – ubriaco fradicio e completamente incosciente com’eri – avresti potuto far cilecca.

Ad ogni modo, a tutti capita: ti svegli un bel giorno e lei non è più lei. C’ha i peli sotto le ascelle così lunghi che senti forte il desiderio di rinverdire i bei tempi andati in cui ti dilettavi a fare gli scooby-doo, scopri che il corso di cucito a cui partecipa da mesi tutti i venerdì sera ha in realtà luogo in un sottoscala del tuo condominio e l’insegnante si chiama Attilio, percepisci chiaramente che il vostro legame ha raggiunto un momento di rilassamento tale che l’unica cosa che può seguire ora è il suicidio… Cose del genere, insomma. Ora non stiamo qui a cercare colpe, tanto sai benissimo che – in un modo o nell’altro – la colpa sarà tua: e questo a dispetto della logica secondo la quale non è mai colpa di uno solo (consapevolezza che lei per prima ti manifesta da anni), poiché i tuoi amici ti han sempre coperto. Porco.

Certo, non capita a tutti. Qualcuno infatti viene ucciso nel sonno, qualche tempo prima. Ma a te è andata bene, amico: ti sei accorto. Ti sei svegliato quella mattina e hai detto “che cosa ci faccio io qui“? Non è da tutti, in effetti, dormire una notte sana sulla tazza del gabinetto, ma tu ce l’hai fatta, ed ora ti interroghi – giustamente – sulla tua natura di uomo, sulle condizioni e sulle prospettive che questa posizione ti ispira: una vita di merda, dunque.

Ovvio, capisco che la tua situazione – adesso – è decisamente pesante, gravosa, poco serena. Ma vedrai, andrà anche peggio. Tu dai il tempo alla situazione di peggiorare e quella ti sovrasterà. Quella lei, non la situazione. E sarà una cosa atroce alla quale non ti potrai sottrarre, ma nemmeno addizionare o dividere: niente. Starai sotto e soffrirai di stenti e bacchettate sulle nocche delle mani, quando ti andrà bene; perché ricorda che c’è sempre il sale grosso, dal quale dovresti cercare di tenerti il più possibile lontano.

E’ dunque necessario trovare un modo per uscire da questo cul-de-sac senza che nessuno (lei) possa in alcun modo sospettare circa le tue intenzioni. Ora, se ti interessa proseguire nel tuo viaggio di vita, sei chiaramente libero di farlo: eventualmente ti rimando a questo post che ti spiegherà cosa fare in seguito. Ma visto che sei ancora in tempo, io ti offro ora, qui, aggratise, la soluzione definitiva, quella che un giorno mi dirai “grazie, se non era per te oggi era di sale grosso…“. Ah, se lo farai, amico. Eccome se lo farai.

Si tratta di preparare tutto nei minimi dettagli. Ti ci vorrà almeno un giorno a fare il censimento di tutto quello che è tuo e tutto quello che è suo. Ti consiglio di valutare direttamente tutto ciò che non è suo, perchè tutta la roba che non è sua non è tua per diretta conseguenza del fatto che non è sua, ma ovviamente è di entrambi. Dunque avremo tre mucchietti: le cose sue (A), le cose di entrambi (B) e la polvere nell’angolo della sala (C). E’ evidente che vorrai rinunciare alla polvere (C), e che dovrai rinunciare alle cose sue (A), in quanto sue. A questo punto, delle cose di entrambi (B), seleziona solo quelle utili… ecco, quelle sono ancora sue (perciò mettile su (A)). Ti resterà, se tutto va bene, la scheda Mediaset Premium e il pelapatate Kralle comprato all’Ikea. Che è tuo solo perchè rotto, che ti credevi? Non ti ci dovrebbe voler molto, poi, a confezionare una sportina con la tovaglietta a quadri da picnic sdrucita che sta nell’ultimo cassetto della cucina. No, non quella, quella è quella che avete usato la sera del suo ventottesimo compleanno, bastardo. Vuoi privarla di quella tovaglia? Sei veramente un bastardo. No, al limite prendi un tovagliolo, tanto per la scheda Mediaset Premium e dei rimasugli di pelapatate, credimi, basta e avanza.

Ora devi attendere che la notte faccia il suo sporco lavoro, calando impietosamente sul giorno che muore. Tu dovrai fare qualcosa, stasera. Dovrai dirle che vai a fare una cosa, una qualsiasi cosa: ti chiedo solo di evitare la pietosa scusa del pacchetto di sigarette, anche perchè il fatto che tu non fumi (sigarette) potrebbe insospettirla. E lei non deve sospettare nulla. Niente. Ricorda: in questa situazione la parola d’ordine è NIENTE. Mentre dall’altra parte, infatti, la parola d’ordine è PER SEMPRE, qui siamo all’opposto. Qui siamo al NIENTE. Hai presente la potenza di un NIENTE contro il fluire indiscriminato del tempo e del futuro che si configura nella mente di una donna non ancora realizzata socialmente parlando? E per donna “non ancora realizzata socialmente parlando” intendo ovviamente “non riprodotta“. E’ come se prendessi un metalmeccanico qualsiasi e gli dicessi che non vedrà mai la pensione, lui che aveva già fatto un pensierino sopra al monolocale a Redipuglia.

E’ il momento di farlo. Lei uscirà con le sue amiche, tanto tu devi andare a fare quella cosa, che ora indicheremo come “partita di calcetto” ma che tu potrai trasformare quando vuoi in “salto al pub con gli amici” o “pisciata del cane“. Ma mai “comprare il pacchetto di sigarette“, te lo ricordi? “Niente”: tieni a mente anche questo. Perciò lei uscirà, tu raccoglerai il tovagliolo con la Mediaset Premium e i frantumi del pelapatate, ci infilerai due biscotti per le prime necessità, farai sparire i porno argentini che stanno sulla mensola della sala, ingurgitandoli, e ti chiuderai la porta alle spalle. E SCOMPARIRAI.

Si, hai capito benissimo. Scompari. Cambi nome, ti tagli la barba, ti fai crescere i capelli, metti gli occhiali, arrivi in orario al lavoro, insomma fai tutta quella roba che non hai mai fatto: perchè tu ora devi essere “NIENTE”, quasi nessuno, sicuramente irriconoscibile, ma proprio non devi essere più tu. E non torni più, eh, e parlo di anni, almeno.

Certo, dovrai aver organizzato con una certa sapienza la tua scomparsa. Perciò avrai anticipatamente rassegnato le dimissioni da dipendente con contratto a tempo indeterminato per fruire di un rapporto di collaborazione occasionale a progetto per un quinto dello stipendio che percepivi precedentemente, ma questi son cazzi tuoi.

I lavoro/i tuoi colleghi: loro devono sapere, perchè quando lei chiamerà in ufficio per cercarti (e questo avverrà indicativamente la mattina successiva), tutti dovranno dire che non ti conoscono, che uno con il tuo nome li non lavora, che l’unico che ha lavorato li con quel nome è scomparso, che loro non sanno “NIENTE” e – soprattutto, cosa fondamentale – che se lei non smette di importunarli, loro (si, quei bastardi dei tuoi colleghi) faranno in modo che tu non possa ritornare mai più a casa! Questo solitamente spiazza.

Gli amici: qui il discorso è più complicato, ma la sostanza non cambia. Fai una cosa: scompari anche per loro. A questo punto suppongo ti converrà cambiare città, ma fidati, non avrai modo di pentirti di questa saggia decisione, nell’eventualità che tu debba prenderla. In ogni caso sostituisci il numero di telefono, ma l’altro (quello vecchio) non gettarlo: semplicemente tienilo spento, fa più fico e potranno andare a cercarti invano a “Chi l’ha visto?“.

La famiglia: la famiglia deve sapere. Deve sapere il punto esatto dove sei scomparso per avere una tomba su cui piangerti, ma che nessuno sappia mai che sei ancora vivo! E soprattutto che ora usi il falso nome di tuo cugino Alotte (anche lui comprato all’Ikea). Non sarebbe una cattiva idea fingersi morto anche per l’erario, vedi tu, quel che riesci a fare…

Non c’è bisogno che ti dica che dovrai affrontare momenti di solitudine e tristezza, specie quando non ci sarà il posticipo e t’avranno staccato il telefono, ADSL compresa, andrai in bagno a pisciare e non troverai più la carta igienica, per pranzo ci saranno i panzerotti surgelati (si, surgelati) tutta la settimana, e il sabato mattina non dovrai più litigare con nessuno per portar giù la spazzatura. D’altronde non avrai più il concetto di spazzatura. D’altronde non avrai più il concetto di sabato. Potresti anche perdere il concetto di panzerotto, alla lunga.

Però non ignorare anche i risvolti positivi che questa nuova condizione ha da offrirti: flatulenza libera ed autorizzata nei pressi del locale adibito a dormitorio (con possibilità di estendere la no-fly-zone ad un perimetro allargato all’intera abitazione), nessuna limitazione di orario o timesheet da rispettare, assoluta libertà di pensiero ed organizzazione razionale della propria vita, ma soprattutto potrai ricostruire una identità dignitosa su Facebook. Una senza scritto “Situazione sentimentale: disgraziato” sul profilo, insomma.

Certo, potresti anche valutare l’ipotesi di ritornare, un giorno, tipo dopo dieci anni. Imbracciando la borsa da calcetto, spalancare la porta di casa ed urlare “Abbiamo vinto!“. Il fatto che troverai in casa un camionista di Nogarolo Rocca, un paio di pischelli ed una poltrona in Alcantara infilata nell’angolo in cui custodivi gelosamente i tuoi bonghi, non deve inquietarti. Il fatto che invece la tua ex-ragazza è il camionista di Nogarolo Rocca, ecco, quello dovrebbe inquietarti.

Morale della favola, figliuolo, considera sempre che nella vita si hanno al massimo un paio di illuminazioni: una quando capisci che l’Inter non potrà mai vincere niente senza soffrire (o – ancora peggio – non potrà mai vincere niente) e l’altra quando l’Inter lo vince davvero, qualcosa. Non sprecarle.

L’universo binario

| 13 gennaio 2009 | 20 commenti » | psicologicamente

Post: Binario

Dev’esserci senz’altro un motivo se dio, o chi per lui, ha deciso di creare la razza umana distinguendo solo due sessi: maschi e femmine. Sarebbe stato tutto decisamente diverso se avesse aggiunto anche un terzo elemento, chesso’, uomini, donne e scalini. Ma anche donne, semafori e Basilicate. Oppure tassisti, ferraglie, statisti e viti. Chiaramente, aumentando il numero di generi, aumentava la complessità, e qui sarebbe stato interessante vedere come avremmo organizzato le nostre relazioni interpersonali: tra l’altro, in che categoria avremo potuto classificare Bruno Vespa? E Charlize Theron? Onestamente, come scalino, non la so proprio vedere.

La verità è che anche la natura, per gli sforzi che possa aver fatto il creatore nel dare un certo movimento a quella squallida e maschia monotonia costituita dal solo Adamo, a suon di asportazioni di costole e rivisitazioni genitali, si è dovuta ben presto piegare alla logica binaria che pervade ogni aspetto dell’universo. Treni compresi, ovviamente.

Esempi? Una donna te la da o non te la da, non ci sono mezze misure: mai conosciuta una femmina che abbia concesso le sue grazie per il 42%. Anche a voler togliere l’IVA, certo. E lo stesso vale per l’uomo, ci mancherebbe: solo che si nota meno, e l’eventuale negazione è un fenomeno raramente osservabile.

I computer, beh, loro vivono di logica binaria da quando Boole ebbe la brillante idea di farci sopra un’algebra. So di pochissime persone in grado di fare algebre, e sono tutte morte. Conosco gente che sa fare ottimi risotti, aggiustare grondaie grondanti, dirimere questioni giuridiche, sabotare impianti di condizionamento, ma algebre, santoddio… Boole, quel giorno, poteva farsi le sue due solite uova al tegamino, ricamare orli su raffinate coppie di lenzuola di lino, sperimentare la validità dei postulati di Newton relativamente alla forza di attrazione gravitazionale sostituendo alla mela la sua dignitosa persona ed un paio di ginocchiere, ma invece no: decise di fare un’algebra. Scopare no, eh.

Il giorno è seguito dalla notte, e se è pur vero che possiamo suddividerlo in 24 sezioni chiamate ore, a loro volta riducibili a 60 porzioni denominate minuti e via discorrendo, beh, da che mondo è mondo non c’è mai stato un giorno seguito da un giorno. Si ricordano invece notti lunghe più del dovuto, ma quelli erano gli effetti degli stupefacenti, amici miei. E comunque mai due notti insieme… poi ci si affeziona e va la che son guai.

I piedi: ne abbiamo due perché son sufficienti a reggerci in equilibrio, e – per chi non ce la fa – vale sempre la questione degli stupefacenti. Le mani, idem. Le dita no, le dita ne abbiamo 10 per coppia di appendici. Ecco, appunto, uno zero. Tiè.

E poi: le serrature sono aperte o chiuse, c’è il buono e il cattivo, c’è il tutto e c’è il niente. Dualità che Mietta e Minghi avevano fatto loro, preceduti da Al Bano e Romina e seguiti poi dai Jalisse: ah, i Jalisse. Niente, non mi ricordano niente. Pochissimo.

Perciò, insomma, era naturale che per evitare tanti problemi anche il genere umano si sarebbe ridotto ad una squallida dicotomia, tarpando di fatto le ali ai più creativi. E comunque, accoppiarsi con una centrifuga, effettivamente, sarebbe risultato improponibile per chiunque.