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Disprezzo e pregiudizio

| 18 febbraio 2010 | 2 commenti » | contestualmente, personalmente

Io non disprezzo le persone, perché il disprezzo è un sentimento così di lusso che un umano, per guadagnarselo, il mio, oh. Vuoi darmi della checca, fallo. Vuoi dirmi cattiverie gratuite, fallo. Vuoi infangare il mio nome, fallo. Vuoi raccontare a tutti la tua verità, fallo. Vuoi che usi la stessa moneta con te, scordatelo. Posso provare pena, un filo di acidità di stomaco, persino rammaricarmi per la tua condizione psichica o per l’aumento incontrollato del prezzo degli ansiolitici. Ma il mio disprezzo: col cazzo.

E vedi, qualunque sia la verità che raccontiamo agli altri, io e te sappiamo bene come stanno le cose. E il tuo sottovalutare la possibilità che, colto da improvvisi e giustificati vortici testicolari, io possa restituirti pan per focaccia aprendo il Vaso di Pandora costituisce evidenza inconfutabile della carenza neuronale che ti affligge: io direi proprio che trattasi di manovra poco igienica, financo sfacciata. Da demente, insomma.

Che poi, davvero, non vale la pena nemmeno prendersela con quei disgraziati che – abbindolati dal tuo soliloquio – eseguono pedissequamente il compitino suggerito loro e, in barba alla centellinata dotazione di personalità, non si preoccupano nemmeno di constatare la veridicità delle tue asserzioni. Pecore, caproni, merde secche. O dementi, insomma.

D’altronde non devo spiegazioni (ulteriori) a nessuno se non alla mia coscienza, che come ben sai è in vendita a zero e settantacinque al chilo, mercatino del sabato, banco del pesce (sbrigati, che dopo tre giorni puzza). Ma tu evidentemente non sei serena, e lo so perfettamente come ti chiami, volevo solamente prenderti in giro.

Bella cosa la serenità, serve a rendere giustizia ai veri problemi della vita: il costo del dado da brodo, i tempi di percorrenza di un Roma / Napoli, il montepremi del Superenalotto, la dispareunia. E serve anche a piazzare una solida pietra sopra alle cose che furono, tesoro: rifatti una vita, infilaci dentro i tuoi affetti più cari e facciamo questo poderoso ma inevitabile salto nella maturità, dai.

Ah, dimenticavo: anche un paio di etti in meno, non ti starebbero male.

Se vuoi

| 6 febbraio 2010 | 8 commenti » | personalmente

Se vuoi, io e te qualche volta si può dormire insieme.

Se vuoi possiamo baciarci tutta la notte, hai presente? Che magari solo una notte è poco, magari ci resta in bocca il sapore e al mattino non ci va di bruciarlo col caffè. E allora, se vuoi, possiamo baciarci anche tutto il giorno, scoprirci i punti deboli, indugiare sul collo, o altrove, morderci, quello che vuoi, con la tua bocca, con la mia, nessuno ci interrompe. E possiamo farlo il giorno dopo ancora, finquando ne abbiamo voglia, finquando un dovere non ci richiama altrove, finquando quel tempo che abbiamo fermato non si rimette a camminare, finquando la musica continua. Se vuoi.

Se vuoi possiamo fare l’amore tutta la notte, ci pensi? Ti dico “posso restare ancora?“, e tu rispondi sottovoce “certo, dove pensi che ti faccia andare?“. Da nessuna parte, io voglio stare qui, adesso. Se vuoi possiamo giocare al sesso tutta la notte, sudarci, prenderci, girarci, scaldarci, toccarci e avere brividi. Come vuoi, dove vuoi. E a me piace, e a te piace, e non chiedermi perché: non so bene nemmeno cosa ti ho risposto, era sicuramente vero, ma ecco… noi non siamo più noi, adesso, ed è giusto così: amarci come leggere un libro senza l’indice, senza sapere a che pagina è il prossimo capitolo, ed emozionarsi col finale a sorpresa. Se vuoi.

Se vuoi posso dirti un sacco di cose, di quelle che ti tolgono il fiato e che illuminano lo sguardo. Ma non sono così bravo – o almeno non altrettanto – a parlare, a far discorsi. Non mentre sudiamo, e ansimiamo: ci riesce male, anche tu non scherzi. E io non voglio parlare, e nemmeno tu, e allora lasciamo che a parlare siano i respiri, le mani, il tuo seno, il piacere.

Se vuoi possiamo dormire ancora insieme. O forse dormire no, dormire è troppo.

Terzo incomodo

| 13 gennaio 2010 | 2 commenti » | contestualmente

Un uomo che nutra un minimo di amor proprio non dovrebbe mai consentire ai fatti di prendere il sopravvento e fargli raggiungere questa assolutamente non invidiabile condizione. Ma, e la letteratura ci supporta in questo, non è infrequente che il desiderio abbia la meglio sull’amor proprio e porti a casa una bella vittoria in trasferta: con buona pace dei sani principi, della media inglese e del calo fisiologico di testosterone libero a partire dai trent’anni, ’sticazzi.

Ciò non toglie, appunto, che si tratti di una delle condizioni più umilianti per l’essere umano. A parte quella di ospite di Porta a Porta, intendo. C’è da dire che – a differenza degli invitati al “salotto coi plastici™” – l’amante ha (o dovrebbe avere) l’indubbio vantaggio della non esibizione pubblica, caduto il quale viene meno anche il presupposto fondante la condizione di clandestinità e, in certi casi, la vita stessa. Incerti del mestiere, si potrebbero definire, se non fosse che – escluso lo sperabile appagamento corporale che il soggetto dovrebbe trarre dalla discutibile frequentazione – non è in genere prevista alcuna retribuzione pecuniara per i servigi svolti. Almeno non di entità tale da incidere sul 730, insomma. Spese, al limite, quelle si: difficilmente detraibili e a fondo perduto, che t’aspettavi?

Dicevamo della condizione di umiliazione e squallore in cui il malcapitato si trova, tutto sommato. Questo perché, al sentimento che dovrebbe trovarsi alla base della frequentazione più o meno stabile (che taluni visionari chiamano amore), viene forzatamente sostituito un concetto molto meno passionale e decisamente più pragmatico, ovvero il concetto di inerzia. Secondo questa nuova e sofisticata sagomatura delle emozioni, il soggetto non è più in grado di manifestare appagamento o trasporto nei confronti del partner, espressioni umane del tutto inutili se non addirittura dispendiose in termini tempo-prestazionali, tuttavia è consapevole che – terminata la corrente sessione di vicendevole appagamento – in un momento e in un luogo ancora non definibili sarà possibile accedere a una nuova istanza del medesimo rendezvous. Per inerzia, mica per altro. Vabbè, si, anche la storia dei feromoni e delle spiegazioni biotecnologiche alle meraviglie del sesso, ma sempre questioni inerziali sono.

E’ chiaro che, come tutte le cose che procedono per inerzia, è presumibile che interverrà (in tempi e modi nuovamente non predeterminabili) una forza esterna a mutarne lo stato di moto rettilineo. Le conseguenze di tale intervento dipendono strettamente dalle proprietà meccaniche dei soggetti interessati e da vari altri fattori correttivi, ma insomma non ci si aspetti che tirare fuori il bosone di Higgs possa servire a qualcosa, in questa circostanza. Anche perché non v’è prova della sua esistenza, sebbene sia irrinunciabile la sua esistenza. Io adoro i paradossi. Più o meno quanto due glutei sodi e sostenuti, ma con meno inerzia.

E poi niente, questa frase non è vera.

“…mi ricordo che eri un genio in fisica e in matematica, il prototipo della secchiona, proprio!”

“E non avevo manco le tette. E non vedevo i film porno!”

“…”

“Ho recuperato su tutto, comunque, eh. Guarda, guarda…”

Caro Babbo Nata’

| 15 dicembre 2009 | 8 commenti » | contestualmente, personalmente

letterina-babbo-natale

Dichiaro – con malcelata invidia, nonostante tutto conservando fiducia per il futuro – che questo post non ha concorso ai PslA, ne tantomeno ambiva a farlo (peraltro avrei anche potuto scriverlo prima, ma sono stronzo e lo ben so). Dico onestamente, ché quelli che ci sono dentro stanno una spanna sopra, e se c’è una roba che mi fa piegare dalla tristezza sono invece taluni che rosicano: un bagno d’umiltà, ragazzi, non vi farebbe male affatto.

E insomma volevo parteciparvi del fatto che, rovistando tra le mie cose, ho ritrovato una roba coperta da qualche centimetro di polvere, negli scaffali della mia cigolante memoria: un ricordo gradevole di un Natale di quasi trent’anni fa. È ingiallito, incartapecorito, raggrinzito, demodè ormai, eppure stranamente nitido nei suoi contorni. Evidentemente stavolta la roba era buona. Io, in ’sto frammento di memoria, ero piccoletto: cinque o sei anni, però già ragionavo da ventiquattrenne, nel senso che poi – fino a ventiquattro anni – ho continuato a ragionare in quel modo, e difatti si son visti i risultati.

Comunque, in questo mio ricordo c’erano un casino di persone, dentro: i miei genitori, una cifra assurda di nonni e bisnonni, zii, cugini, tavole imbandite, tanto fumo da lavorarci uno dei migliori speck dell’Alto Adige, dolciumi, risate, la tombola, il diosantissimo di panettone coll’uvetta e i canditi, una televisione in bianco e nero, mio padre travestito da Babbo Natale che io l’ho sgamato appena varcata la soglia di casa, perché lui voleva fare lo splendido e avrà speso mezzo stipendio per comprare quel vestito, ma i mocassini erano rimasti gli stessi. E io ho sempre guardato le scarpe, e li s’è giocato la credibilità, purtroppo. Però non gliel’ho mai detto, ci sarebbe rimasto malissimo: tanto io già sapevo da un tot che Babbo Natale non esisteva, tutto era funzionale a raggranellare regali. Il bello è che lo sapevamo tutti, e io non ricordo un giorno in cui qualcuno m’è venuto a dire che Babbo Natale non esisteva: semplicemente un anno Babbo Natale non è passato più, e pace, niente manifesti funebri, niente annunciazioni, niente minuto di raccoglimento, i regali invece si, ma un po’ meno (e comunque anche l’inflazione ci mise del suo).

Al tempo scrivevo la letterina a Babbo Natale, cosa che è durata fino a quel famoso anno in cui BN (per comodità, perdonatemi) non è passato più. Ora non ricordo se quell’anno ho sprecato una lista di regali o se avevo già messo l’anima in pace anzitempo, all’otto di dicembre. Tuttavia, nelle altre letterine, ero sempre stato ragionevole: facevo la conta dei parenti e affibbiavo un regalo a famiglia, quasi che inconsapevolmente conoscessi il trucco. Davvero, ricordo che nella letterina scrivevo “Babbo Natale del nonno Enzo“, o “dello zio Siro” (sono nomi veri, anche) e poi sotto assegnavo i regali. Altra cosa davvero inquietante: non ricordo di aver mai ricevuto un solo regalo contenuto nelle liste dei desideri: ’sto cazzo de BN doveva abitare vicino a magazzini di merda se mai un anno ha trovato le cose che gli ho chiesto. Eppure chiedevo roba semplice, tipo i pennarelli, i soldatini, le ruspe, i condom (ma al tempo me li spacciavano per palloncini, infami). Tra l’altro: chissà che fine avranno fatto i miei soldatini, dannazione.

Oggi non saprei cosa chiedere, da uomo, a BN. Gli potrei forse domandare di restituirmi la serenità di qualche anno fa, perché incredibilmente – ripensandoci seriamente – c’è stato un tempo in cui son stato sereno, una bella persona, di un rosa tenue per niente fastidioso ne kitsch, educato mai, ma almeno gradevole. Che se BN sapesse cacare una macchina del tempo, allora… Invece no: ora, non per sminuire il tuo ruolo, ma io di un Bakugan non me ne faccio una sega. Non a questa età e fuori dallo stadio, intendo. E mi sono anche informato sul prezzo, pare che la serenità st’anno sia oggetto di embargo. Al massimo qualche statuetta del Duomo.Di.Milano, con su il “ricordo di un dente“: priceless.

Ora io questo bel ricordo devo conservarlo da qualche parte, che se lo rimetto nella scaffalatura finisce che si rovina e perde definitivamente quel sapore nostalgico che tanto lo caratterizza. E allora lo lascio scritto qua, a perenne ricordo del fatto che son stato giovane (regazzino, direi) e spensierato anche io. O almeno fino a quando avrò i soldi per rinnovare l’hosting, insomma. E mi permetto anche il lusso di lasciarvi gli auguri, perché c’è di buono che gli auguri migliori son quelli fatti agli sconosciuti, che se li pigliano e portano via, e ci fanno il cazzo che vogliono: che a quelli che conosci da una vita gli sei andato di traverso, alla lunga, fidati.

Ma non prendeteci l’abitudine. Con affetto, il vostro [amato|odiato|indifferente] Clock.